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Niente aumenti ma riequilibrio
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  25/09/2007  15:20:32, in Fisco, letto 1616 volte

Rassegna Sindacale n. 34 settembre 2007

“La proposta rimane quanto mai valida. Del resto sarei ben lieto che fosse mia. In realtà è un provvedimento deciso in modo collegiale e contenuto nella proposta di legge sulle rendite finanziarie che avrebbe dovuto entrare in vigore lo scorso primo luglio e che in questo momento è ferma”. Così Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia ed ex dirigente della Cgil, difende e rilancia l’idea, annunciata a fine agosto, di tassare le rendite finanziarie con un’aliquota unica al 20 per cento. Attualmente, ricordiamo, la tassazione è ferma al 12,50 per cento con l’eccezione delle ritenute sugli interessi dei conti correnti bancari e postali, al 27 per cento, mentre l’Irpef va da un minimo del 23 a un massimo del 43 per cento e l’Ires è al 33 per cento. In realtà lo stesso concetto di rendita finanziaria è in via di revisione, in attesa di un riordino generalizzato della materia sotto un testo unico sulla legislazione fiscale, e in attesa anche della riduzione dell’Ici (che a sua volta è subordinata a una riforma degli estimi catastali). Anche per questa ragione la riforma delle rendite era stata stralciata dal collegato alla legge finanziaria del 2007, in previsione di un eccessivo allungamento dei tempi del dibattito parlamentare. È comunque contenuta nel Dpef di luglio e in alcune mozioni parlamentari. “L’intenzione politica appare dunque chiarissima”, asserisce Grandi, il quale così precisa il suo pensiero: “Aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie non vuol dire aumentare la pressione fiscale ma piuttosto fare un’operazione di redistribuzione e di riequilibrio tra chi, senza saperlo, paga il 27 per cento e chi, sapendolo, paga di meno – basti pensare alle stock option – ed è invogliato a investire nel mercato azionario. In primo luogo le imprese avrebbero meno convenienza a investire nella speculazione finanziaria rispetto agli investimenti produttivi. La Confindustria ha definito ‘indecente’ la tassazione delle rendite. Ma io sono convinto che anche dal punto di vista imprenditoriale ci sia interesse a riequilibrare il profitto e la rendita. Inoltre lo Stato avrebbe un gettito maggiore che potrebbe utilizzare per ridurre la tassazione sulle persone fisiche, sulla prima casa e sulle abitazioni in proprietà e in affitto, oppure per finanziare i redditi più bassi”. Nessun timore invece, tiene a precisare Grandi, per chi già possiede Bot, nel pieno rispetto del programma elettorale che esclude ulteriori tassazioni. E, anzi, va garantita la redditività dei titoli di Stato per evitare la fuga delle famiglie, che detengono il 20 per cento dei Bot, da questo tipo di investimento. “Non è questo il momento perché le Borse sono in calo”?, si chiede Grandi enumerando altre possibili riserve, e demolendole una a una. “Sul momento non si avrebbe alcun effetto pratico, anzi effetti maggiori potrebbero essere attesi nel momento in cui la Borsa garantisce i guadagni più alti. E comunque, ragionando in questo modo, non sarebbe mai il momento giusto”. Vi sono infine altre due motivazioni a favore di una misura che, secondo Grandi, potrebbe essere inserita già nella prossima finanziaria – magari graduandola nel tempo – o in un successivo provvedimento: l’avvicinamento allo standard della maggioranza dei paesi europei e la semplificazione del prelievo fiscale, “che di per sé è un disincentivo all’elusione e all’evasione fiscale” Per dare ulteriore forza alla proposta Grandi si appella a un filone di pensiero che ha radici molto forti anche in Cgil, e ricorda in particolare il nome di Fausto Vigevani. “Per tutta la sua storia la Cgil non può che essere a favore di una misura che va in direzione di un riequilibrio del reddito – aggiunge l’ex sindacalista –. Oggi la forbice tra il top management e i lavoratori arriva fino al 400 per cento, grazie anche all’infernale meccanismo delle stock option, che pure il governo ha messo sotto controllo per evitare le manovre più sfacciatamente speculative”. Il discorso insomma torna sempre allo stesso punto: con il prelievo alla fonte i lavoratori pagano l’Irpef fino all’ultimo centesimo, assicurando allo Stato un introito fiscale sicuro, mentre a evadere sono i più ricchi. I quali, per di più, hanno tutto l’interesse a investire in speculazioni che offrono rendimenti elevati.