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Perché solo attraverso il sistema elettorale non si ottiene un reale bipolarismo
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  07/01/2008  17:14:00, in Politica, letto 1690 volte

E’ una situazione politica veramente curiosa perchè c’è chi, con grande enfasi, dichiara di sostenere il bipolarismo e in realtà,  con le sue iniziative, contribuisce a deprimerlo.

Il bipolarismo, infatti, inteso come possibilità che, al governo del  Paese, si alternino schieramenti diversi, è messo in crisi non tanto, o meglio non solo, da leggi elettorali incongrue, quanto dal contenuto, sempre più sfocato, delle posizioni politiche, che dovrebbero essere alternative e sulle quali si può ragionevolmente fondare il bipolarismo. Nell’ultimo decennio, non a caso, è stata quasi naturale, a livello di massa, una certa concezione bipolare della politica, sia pure “drogata” dalla presenza del fattore Berlusconi e, in proposito, basti pensare che sono stati indicati due candidati premier anche se la legge non lo prevedeva. Neanche si può dire che l’attuale bipolarismo si sia affermato grazie soprattutto ai meccanismi elettorali, anche se sistemi elettorali più consoni hanno aiutato, ma in realtà l’esperienza del 1994 e, in particolare, quella del 1996 ha iniziato a vedere affermarsi una sfida politica bipolare anche se i meccanismi elettorali non erano perfettamente coerenti e questo in quanto esisteva un forte vissuto di massa di alternativa bipolare tra gli schieramenti in campo.

E’ curioso che, nel 2006, proprio il meccanismo elettorale immaginato dal centro destra per consentire al vincitore di governare con un certo margine abbia visto invece il manifestarsi della crisi del bipolarismo fin qui conosciuto, dando vita ad una vittoria elettorale di misura. Molti non ammetteranno mai che quella esperienza bipolare è in crisi proprio per responsabilità dei protagonisti politici principali. Di più: una parte dello schieramento politico ha scelto di premere per via referendaria al superamento della crisi, senza rendersi del tutto conto che, in realtà, la soluzione è peggiore del male che si vuole curare, perché, senza dirlo, si dà per scontato che quel bipolarismo (scelto volontariamente) è finito e si lascia spazio al bipartitismo, cioè ad un bipolarismo obbligato. Prevedere, infatti, l’alternarsi di due partiti, non solo non è detto che li porti ad avere consensi elettorali sufficienti, ma è addirittura probabile che, se si materializzassero le affermazioni verbali, potrebbero aspirare alla maggioranza dei seggi parlamentari e a governare pur in presenza di un’area di consensi elettorali anche molto bassa, addirittura sotto i livelli della famigerata legge Acerbo. C’è nella visione che ha ispirato il referendum una forzatura evidente verso un sistema bipartitico che finisce per essere una cura  paradossale alle difficoltà, che pure esistono, nel tenere unita una coalizione variegata. Paradossale perché o tutto lo schieramento si trasferisce in un partito, e non si vede in questo caso perché le distanze politiche dovrebbero essere minori, oppure si pensa che i partiti maggiori saranno capaci di attrarre i voti del resto dell’attuale coalizione, e per farlo dovranno allargare a dismisura le loro posizioni politiche per avere la  capacità di attrarre più voti. In altre parole le diversità politiche, poichè esistono, vanno affrontate come tali e non risolte attraverso tecnicismi elettorali di costrizione, di reductio ad unum in modo forzato. Per fortuna le fantasie dei gruppi dirigenti rimarranno probabilmente tali anche se i ripetuti sondaggi vengono presi molto sul serio, quasi a farsi coraggio, e si sente parlare di  percentuali elettorali che non hanno alcun fondamento nei consensi elettorali effettivamente ricevuti dai partiti maggiori. Ammettiamo per un attimo che, anche se per questa via tortuosa e poco comprensibile, si volesse effettivamente arrivare ad un sistema elettorale bipolare, cioè di alternanza politica, appare, in ogni caso, contraddittorio, con questa intenzione teorica, il comportamento concreto dei leader degli schieramenti che si ritengono investiti del diritto di competere. Infatti, il comportamento concreto è volto a competere riducendo le differenze, quasi alla ricerca di un reciproco accreditamento. E’ vero che sulla riforma elettorale è bene avere uno schieramento che và oltre la maggioranza, ma è altrettanto vero che questo dialogo tra i due partiti maggiori, che aspirano entrambi a beneficare del meccanismo premiale previsto dal referendum o dalla legge con il premio per il vincitore, finisce con l’accreditamento reciproco e alla fin fine con il rimettere in gioco Berlusconi. Sia pure attualizzato, è lo stesso errore della bicamerale, perché la priorità al dialogo sulla legge elettorale mette la sordina al conflitto di interessi, alla riforma del sistema televisivo e ad altre importanti conseguenze politiche e legislative. Questa non era e non è una scelta obbligata. Il dialogo poteva cercare anche altri interlocutori lavorando in modo più equilibrato e prendendo qualche impegno in meno nel mettere la sordina a scelte legislative tanto necessarie quanto difficilmente compatibili con questo dialogo a due. Inoltre, questa ossessione sull’esaltazione del ruolo del protagonista ha portato il leader del PD a far scricchiolare, in modo preoccupante, la coalizione, dando l’impressione che “Biancaneve potesse fare a meno dei 7 nani”, che, per quanto possano essere considerati brutti, sono pur sempre meglio del rimettere in circolo Berlusconi. Contro ogni ragionevolezza è stata fatta questa scelta. Le ragioni possono essere tante, compreso il bisogno di legittimazione reciproca tra i due leader. Resta il fatto che si è rimesso in moto un meccanismo politico tra i più pericolosi degli ultimi anni, che rischia di sfasciare l’Unione e di esporre lo stesso PD e il suo leader ai ricatti di Berlusconi, ai suoi cambiamenti repentini, di cui non deve rispondere ad alcuno. Tanto decide da solo. In tutto questo anche il ruolo di Prodi e la tenuta del Governo sono a rischio, forse più per gli effetti inaspettati di questa improvvida scelta che per una decisione meditata. Resta il fatto che rischia di esserci una contraddizione crescente tra l’esigenza di un’azione politica alternativa del Governo e la ricerca di un’intesa sulla legge elettorale. In ogni caso la malattia che rischia di compromettere in modo irreparabile il bipolarismo, e che nessuna semplificazione forzata degli schieramenti politici potrà risolvere, è proprio l’affievolirsi della ragione di fondo della loro esistenza, vale a dire la diversità politica tra gli schieramenti. L’aspetto incomprensibile della posizione del PD sta nel non riconoscere che è vitale per un vero bipolarismo, per il suo vigore, la netta diversità di posizioni, la proposta di reali alternative politiche, anzi più sono forti le alternative meglio è. Più si sfumano le diversità, più il bipolarismo ne risente e non c’è legge elettorale in grado di colmare questo vuoto. Gli elementi di alternativa nel centro sinistra sono forniti, anzitutto, dal ruolo della sinistra. Nessuno nega, ovviamente, che la sinistra abbia bisogno, a sua volta, di cambiare se stessa in modo radicale, di rinnovarsi. Anzi, credo sia esattamente questo il problema che la sinistra sta cercando di affrontare in questo momento. Tuttavia, sia pure in modo a volte contraddittorio e confuso, la sinistra si pone il problema di dare rappresentanza alle istanze sociali del mondo del lavoro e delle fasce sociali più deboli, come elementi costituenti di un altro modello di sviluppo in cui il limite dell’impatto sull’ambiente sia considerato con l’importanza che deve avere. Senza la sinistra lavorista e ambientalista il centro sinistra non esisterebbe e resterebbe in campo sostanzialmente solo una forza come il PD a varia composizione, con compresenza di diverse posizioni e con il collante non trascurabile dell’aspirazione ad avere l’egemonia dello schieramento. Non solo centro, quindi,  ma certo tanto centro. Al punto che se ne  avverte con chiarezza il condizionamento perfino sugli aspetti dei diritti civili, su cui pure Veltroni storicamente si è preso in passato qualche libertà in più che sugli aspetti sociali. Il resto del centro è squassato da una ricerca spasmodica di ruolo e visibilità, ma è una malattia generata dalla stessa esistenza del PD, che vive sé stesso come l’asso pigliatutto e quindi provoca reazioni, fughe centrifughe, concorrenze esasperate dalla volontà di affermare – per differenza – la propria esistenza. Quindi il problema politico futuro del centro sinistra è essenzialmente sull’asse PD–Sinistra, e il fatto che vengano rilasciate ripetute dichiarazioni in cui il PD dichiara che potrebbe fare a meno di un’alleanza strategica con la sinistra è il fattore principale della crisi del bipolarismo sul versante del centro sinistra. Perché senza la sinistra il bipolarismo è più debole, più difficile la differenza tra le alternative in campo, meno comprensibile, e il dialogo aperto con Berlusconi, a parte il pericolo rappresentato dal rimetterlo in gioco, finisce con il creare un circuito perverso in cui è proprio il bipolarismo a essere colpito e compresso via via, fino a ridurlo alla differenza tra due persone.

Seriamente si pensa che il bipolarismo possa reggersi solo su due candidati alternativi? Nessuno, può negare il valore della differenza tra due persone, ma se questa resta l’unica distinzione il bipolarismo, l’alternatività entrerà in una crisi irreversibile perché difficilmente ci sarà un meccanismo elettorale in grado di colmare questo vuoto terribile e la concorrenza politica sarà sempre più al centro. In definitiva quando il PD parla di crisi del bipolarismo la risposta è: ”medice cura te ipse”. Tuttavia anche la sinistra può essere  parte della crisi, soprattutto se non contribuisce a sciogliere con chiarezza, dal suo punto di vista, questo nodo politico. E’ chiara la distinzione tra le vie possibili. Si può scegliere di tenersi le proprie diversità (non sarà così facile) e di lasciare andare alla deriva la situazione. Del resto storicamente nella sinistra ci sono state posizioni incapaci di essere altro che indifferenti alle alternative politiche possibili in campo. Fin qui nessuna novità. Oppure, partendo dalle proprie diversità culturali e da altre griglie interpretative dell’economia, della società, della distribuzione del reddito, la Sinistra–l’Arcobaleno può impegnare la propria diversità, la propria originalità, per fornire materiale al bipolarismo, all’alternatività del centro sinistra. Mi ha colpito che nel discorso di Prodi di fine anno molte delle sottolineature positive delle politiche del Governo sono riconducibili al contributo de la Sinistra– l’Arcobaleno. In fondo bene o male l’attuale Sinistra - Arcobaleno è stata questo: una sinistra arcobaleno con l’ambizione di governare, cioè di contribuire a far crescere le motivazioni alternative al centro destra di tutto lo schieramento di centro sinistra. Naturalmente non è “un pranzo di gala”, ma una dura battaglia politica alla ricerca degli equilibri politici più avanzati possibili. Tuttavia, questo richiede anche la capacità di reggere i risultati del confronto anche nei momenti difficili, perfino e tanto più nei momenti in cui i risultati non sono pari alle aspettative, per la semplice ragione che non ci sono in vista alternative degne di  questo nome. Per certi versi la sinistra deve svolgere il proprio ruolo di lievito del bipolarismo, di alternativa, in qualunque situazione  facendosi carico di una visione che guarda a tutto lo schieramento di centro sinistra, non solo a se stessa. In definitiva la sinistra sta nello schieramento di centro sinistra non per ottenere concessioni dal PD ma per molto di più, per costruire un’alternativa di centro sinistra. Per impegnarlo ed ancorarlo, anche con la propria iniziativa, a una concezione e a una pratica alternativa e bipolare. Senza la sinistra, unita e forte il PD potrebbe non reggere al richiamo neo centrista e cadere nelle spire del coinvolgimento di Berlusconi. Nelle posizioni del PD c’è tanta ambizione ma anche tanto velleitarismo. Se il PD  non reggesse potrebbe avere,  in modo crescente, la tentazione di risolvere il problema negandolo, cioè accondiscendendo a una legge elettorale in grado di tagliare di netto il problema della reale rappresentanza elettorale per ottenere comunque il ruolo di governo. Come si vede qualcosa del genere è già in campo. Se il governare diventa un obiettivo in sé, separato dai contenuti concreti dell’azione di governo, si aprirà una stagione difficile per il PD, ma anche per la Sinistra–l’Arcobaleno che verrebbe marginalizzata, e fin qui è il rischio del gioco politico, ma, soprattutto, non potrebbe più contribuire all’affermarsi di un reale bipolarismo con relativa alternanza degli schieramenti e delle idee per governare il nostro Paese, e questo sarebbe un fallimento storico.