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Manomettere l'art. 18 non fa bene allo spread
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  10/04/2012  10:14:48, in Politica, letto 1024 volte

- Pubblicato da l'Altro quotidiano e da Paneacqua 

Un dato merita di essere analizzato attentamente. Il Governo ha insistito nell’attacco all’articolo 18 ritenendo che avrebbe contribuito a ridurre lo spread. Eppure l’iniziativa di Monti sull’articolo 18 ha messo a rischio la tenuta stessa del Governo ma non ha contribuito a ridurre ulteriormente lo spread, come il Presidente del Consiglio aveva preannunciato per tentare di giustificare l’iniziativa presa.
In realtà i tassi del debito pubblico italiano sono fortemente diminuiti a breve, scontando la credibilità del debito pubblico italiano nel breve periodo, mentre lo spread non è diminuito ulteriormente sui titoli a lungo termine, anzi è risalito di poco.
Come si spiega questa situazione ? I mercati finanziari, ormai assurti a punto di riferimento delle iniziative del Governo Monti, apprezzano le misure di contenimento del debito pubblico che hanno efficacia nel breve periodo, ma manifestano dubbi crescenti sulla possibilità di farcela su un perido più lungo. Non per ragioni finanziarie ma per ragioni di fondo riguardanti le prospettive dell’economia italiana.
Infatti gli analisti finanziari dopo avere invocato le misure di contenimento del debito pubblico osservano che proprio queste misure peggiorano le prospettive dell’economia, perché non c’è ripresa economica all’orizzonte. Politiche restrittive possono mettere sotto controllo il debito pubblico nel breve periodo, ma poi se non sono bilanciate da altre iniziative e non caratterizzate da interventi sulle classi abbienti finiscono con il creare un avvitamento che porta il debito a crescere in rapporto al Pil sia in termini percentuali che assoluti. E’ la ragione che porta molti a ritenere che la Grecia non ce la farà malgrado gli interventi perché avrà comunque un debito superiore al 120 % del Pil mentre lo stesso sarà pesantemente diminuito.
Senza una politica di sostegno alla ripresa anche l’Italia rischia di trovarsi nella situazione di stallo provocato dalla recessione che porta alla diminuzione del Pil mentre il debito è destinato a crescere comunque. Quindi si sta dimostrando errata anche dal punto di vista del Governo l’insistenza salvifica attribuit ad un intervento sull’articolo 18 perché senza ripresa non ci sarà contenimento del debito nel lungo periodo e paradossalmente proprio questo porterà il debito pubblico ad avere meno credibilità sui mercati finanziari.
E’ proprio la debolezza della risposta sulla ripresa economica e sull’occupazione che porta a dubbi sulla capacità dell’Italia di farcela.
Certo la ripresa economica non può essere affrontata solo con le forze nazionali. C’è un evidente problema europeo sulla ripresa che va affronatato mentre fino ad ora la discussione europea si è concentrata in realtà sul debito e sulle misure di salvataggio dei paesi più colpiti. Troppo poco di fronte alle esigenze.
Tuttavia la ragione che ha portato a ritenere non rinviabile il risanamento finanziario del debito pubblico italiano, per ridurre l’esposizione ai ricatti dei mercati finaniziari, è la stessa che non può portare a rinviare ulteriormente le misure a sostegno della ripresa. Malgrado le ristrettezze attuali è ancora possibile reperire risorse per dare impulso alla ripresa economica con una partiolare attenzione ai risvolti occupazionali. Certo occorre decidere interventi, non si può rimanere in attesa per timore delle reazioni. In sostanza occorre prendere le risorse da chi le ha e in una certa misura potrebbero essere anche temporanee.
Queste risorse debbono essere utilizzate in aprte per sostenere la domanda interna ridando fiducia e reddito agli strati sociali più colpiti e in difficoltà e in parte per sostenere ricerca e innovazione produttiva. In altre parole l’Italia dev ecercare di individuare il suo ruolo nella divisione internazionale del lavoro, né più né meno di quanto ha fatto la Germania ed altri paesi. E’ proprio in questo quadro che la revisione del sostegno alle fonti rinnovabili di energia preannunciata dal Ministro passera va esattamente nella direzione opposta. Non solo perché è falso che il sostegno al fotovoltaico sia solo un costo visto che contribuisce a ridurre le tariffe perché l’energia prodotta viene immessa nella rete nelle ore centrali e contribuisce a tenere in stand by centrali elettriche più costose. Quindi non è solo un costo (il sostegno) ma anche un beneficio, altrimenti l’energia elettrica costerebbe di più nelle ore di maggiore consumo. Ma ancor di più perché è finalmente cresciuto un settore produttivo e di installazione in Italia che ha almeno 120.000 addetti e che grazie allo slancio che ha preso il fotovoltaico, per dire di un solo settore, inizia a svolgere un ruolo importante nella produzione di alcuni componenti come gli inverter che sono indispensabili nel sistema di produzione. Il Ministro passera dimostra purtroppo di essere subalterno alle scelte dell’Enel e degli altri gruppi che insistono sulle grandi centrali e ora vorrebbero rilanciare la produzione di energia elettrica da carbone, fingendo di dimenticare che così il nostro paese dovrà pagare salatissime multe per l’eccedenza di produzione di CO2, mentre le rinnovabili sono settori del futuro, che potrebbero offrire prospettive occupazionali e di ricerca e di innovazione produttiva. Proprio quello che il Ministro Passera sembra ignorare seguendo pedissequamente le indicazioni conservatrici e dispendiose dell’enel e dei grandi gruppi produttori di energia.