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Non ci salverā il premio dimaggioranza (articolo di Alfiero Grandi sul Il Fatto Quotidiano )
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  22/03/2018  16:04:49, in Politica, letto 2396 volte

Abbiamo tentato in tutti i modi di lanciare l’allarme sui risultati nefasti di questa legge elettorale. Nessun ascolto. Il rosatellum porta nel nome l’impronta indelebile di chi l’ha voluta fortemente. Ci sono stati anche furbi conprimari che l’hanno condivisa come FI e Lega e degli entusiasti sostenitori come il governo Gentiloni che ha messo ben 8 fiduce per ottenerne l’approvazione, malgrado all’insediamento avesse promesso che avrebbe lasciato fare al parlamento. Il parlamento non ha potuto cambiare una virgola dell’intesa tra Pd, Lega e FI.

Il punto non è il sommovimento politico che c’è stato e nessun sistema elettorale poteva nascondere. Mentre il Pd e il governo continuavano a dipingere la situazione del paese in rosa, come se fosse possibile dipingere la realtà diversa da quella che è, altri hanno dato voce al malessere profondo di un aumento della povertà e della divaricazione sociale denunciati anche dalla Banca d’Italia e dalla caduta libera del ruolo del lavoro, dall’aumento esponenziale della precarietà.

Chi ha dato voce al malessere è stato premiato. La resistenza ad ammettere la verità ha finito con il caricare una potente molla anticasta, vissuta come sempre più sorda e lontana. L’esito era prevedibile e previsto ma c’è chi testardamente si è rifiutato di affrontare la realtà. Lega e 5Stelle sono cresciuti entrambi, per ragioni non sovrapponibili. Avere due vincitori si è rivelato un problema difficile da risolvere, se dovessero sovrapporsi troppo uno dei due sarebbe destinato a soccombere all’altro.

Il Pd ha scelto un aventino rancoroso chiamandosi fuori. Formare un governo sarà complicato. Farlo vivere ancora di più. Per questo ora è tornata con grande forza di attualità la legge elettorale perché è evidente che potrebbe essere necessario tornare a votare tra alcuni mesi e non si può fare con questa legge elettorale, con buona pace di Berlusconi.

Potremmo dire che era prevedibile. Al punto che abbiamo avviato a metà febbraio (prima del voto) una raccolta di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per rivedere il rosatellum con quattro punti di fondo.

  • 1) Anzitutto voto disgiunto tra uninominale e liste, del resto in Lombardia e Lazio si è votato per i Presidenti e in modo disgiunto per le liste, perché non si può fare per il parlamento ? Per di più è questione in odore di incostituzionalità.
  • 2) Rendere il voto per l’uninominale proporzionale e non maggioritario, come era anni fa il voto per il Senato.
  • 3) Consentire la preferenza, o due di genere diverso, nella lista plurinominale, insieme al voto disgiunto, anche in questo caso come per le Regioni.
  • 4) Consentire la presentazione di tanti candidati quanti sono i seggi plurinominali in palio in modo da evitare le trasmigrazioni dei seggi da una regione all’altra, compresa la ridicolaggine che a distanza di quasi due settimane l’elenco degli eletti non è ancora completo. Vietare le liste civetta: chi non arriva al 3 % non viene conteggiato.

I principi sono semplici: il cittadino sceglie chi eleggere parlamentare e la ripartizione dei seggi è sostanzialmente proporzionale. Gira notizia che tra i due soggetti che hanno guadagnato di più potrebbe avviarsi un dialogo per arrivare al voto con una nuova legge elettorale, se è così chi si chiama fuori continua a sbagliare.

Suggeritori interessati propongono di arrivare ad un premio per garantire una maggioranza parlamentare comunque, in nome della governabilità. Il premio di maggioranza è sbagliato, probabilmente incostituzionale, perfino inutile. E’ sbagliato perché dà al voto dei cittadini peso diverso, uno può pesare il doppio dell’altro, senza dimenticare che per cambiare la Costituzione è prevista una soglia che verrebbe alterata dal premio di maggioranza. Come è avvenuto con la manomissione della Costituzione tentata da Renzi, per fortuna bocciata il 4/12/16.

Torneremmo a tentativi di manomettere la Costituzione e questa volta è certo che si tenterebbe di arrivare ad una qualche forma di presidenzialismo. Inoltre già ora un premio di maggioranza c’è, Di Maio ha ricordato che M5S ha il 32 % dei voti e il 36 % dei parlamentari, più della percentuale dei voti. Può bastare.

Incostituzionale perché la Corte aveva già dichiarato che occorre mantenere un eventuale premio di maggioranza entro limiti precisi, ad esempio una soglia del 40 %, livello non raggiunto il 4 marzo. Proporre un premio di maggioranza ora vuol dire alterare profondamente perfino i blandi limiti della Corte, perché mai dovrebbe essere consentito?

Inutile, perché il problema politico è definire un governo, che può essere anche di minoranza, in grado di proporre e fare approvare alcune misure urgenti e importanti ed è sicuro che il nostro paese apprezzerebbe una discussione pubblica trasparente su cosa fare e comportamenti coerenti. In definitiva confrontarsi,cercare sintesi non sono bestemmie ma compiti essenziali della politica. Cercare una maggioranza ad ogni costo, anche con alterazioni numeriche importanti sulla basi di leggi elettorali compiacenti, potrebbe portare rapidamente a mutamenti di aspettative e di voto.

La priorità dovrebbe essere rispondere alle aspettative, alle urgenze, non cercare blindature di potere. Per questo è importante che le nostre proposte vengano sostenute e arrivino presto in parlamento con la forza necessaria.

Questo articolo è stato pubblicato sull’edizione cartacea del quotidiano Il Fatto Quotidiano in edicola il 20 marzo 2018