.:: Home Page : Articoli : Stampa
La collocazione del Pd non si decide con un referendum
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  26/01/2007  13:10:57, in Politica, letto 1596 volte

Dico a Mauro Zani che la sua risposta, sul significato della proposta di fare un referendum su nome e affiliazione internazionale del partito democratico, non mi tranquillizza affatto. Mi dispiace, ma sul referendum non sono d’accordo né con Mauro Zani né, tanto meno, con Salvatore Caronna, che pure dovrebbe sentire l’esigenza di sostenere la posizione politica della maggioranza, cui fino a prova contraria aderisce, e quindi, di Fassino.

Siamo all’avvio di un congresso che dà finalmente la parola alle iscritte e agli iscritti ai DS sulla scelta, avanzata dalla maggioranza attuale del partito, di decidere di dare vita al Partito democratico.

E’, evidentemente, parte costitutiva e fondamentale delle scelte congressuali decidere se il futuro partito si debba definire di sinistra e socialista, e se sarà parte costitutiva del socialismo europeo.

Se questo, come spero, sarà un vincolo insuperabile, il futuro partito si potrà fare solo se il vincolo sarà sciolto positivamente.

Sottoporre a referendum tra gli iscritti, o anche tra gli elettori, dopo il congresso, questa e altre scelte ha poco senso perché c’è chi, come me, e credo Mauro Zani, non ha alcuna intenzione di uscire dal Partito Socialista Europeo, e quindi, non accetterebbe una scelta contraria, neppure se fosse una maggioranza a farla.

Né, tanto meno, si può pensare di imporre, attraverso un referendum, a una parte fondamentale del gruppo dirigente della Margherita di entrare nel Pse suo malgrado, dopo che ha detto in tutte le salse che non ne vuole sapere. Un nodo politico non risolto va affrontato come tale, senza inventarsi percorsi improbabili. Questo conferma che una certa retorica, sui riformismi che si assomiglierebbero, ha le gambe corte, e che i nodi non risolti tornano in campo con prepotenza e pretendono una risposta, e il congresso serve, finalmente, a questo.

Un atteggiamento di imposizione non sarebbe accettato, e personalmente, oltre a difendere il diritto di altri ad avere un’opinione diversa, rivendico il mio diritto a ritenere l’affiliazione internazionale un punto dirimente per le scelte future.

E’ una ben curiosa proposta quella di formare una nuova forza politica senza chiarire alcune questioni essenziali relative all’identità costitutiva di un partito, come la sua collocazione internazionale, la sua laicità certa e una visione progressista e di sinistra, perfino lavorista, della politica economica e sociale e, ancora, ambientalista del modello di sviluppo.

E’ la maggioranza che va al congresso DS con i nodi principali non risolti. Eppure pretende di ricevere un mandato a fare scelte che non sono ancora oggi note.

Rinviare le decisioni non serve e rischia di svilire il congresso, e di togliere la necessaria passione nel confronto. Ognuno dica liberamente e con chiarezza cosa propone e poi iscritte ed iscritti decidano altrettanto liberamente. Per questo ribadisco la mia contrarietà al referendum post congressuale che, al di là delle intenzioni, mi sembra un modo per mettere la sordina al congresso, che dovrà, al contrario, pronunciarsi con chiarezza sulle scelte di fondo.

Se la proposta della maggioranza si basa su equivoci e aspetti fondamentali non risolti, la risposta deve essere semplicemente NO. Le alternative ci sono.

Non ha senso rinviare lo scioglimento dei nodi a successivi referendum, che non saranno mai fatti per il semplice motivo che nessuno vuole farsi imporre da altri decisioni di questo peso. Discutiamone al congresso e decidiamo.