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Contributo di Germano Zanzi alla discussione politica sul lavoro
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  24/07/2008  14:57:03, in Lavoro, letto 1908 volte

Estate. Al culmine dell’attacco ai diritti del lavoro. Meglio un autunno sindacalmente caldo che “nero” per i lavoratori.

Senz’ombra di dubbio, che mi ricordi, non c’è mai stato un attacco così pesante al lavoro, ai suoi diritti e al salario in generale.Non è solo di grande quantità. E’ un attacco che assume carattere strategico e di lungo periodo. Ci si prepara alle ferie estive, per molti forzatamente casalinghe, con meno soldi spendibili e con un’apprensione dovuta alle incertezze del futuro, che non ha precedenti. Esagerazioni e catastrofismo? Vediamo un po’. L’attacco al sistema dei diritti dei lavoratori, attuali e futuri, è più pesante di quanto non si possa immaginare. Governo di centro destra e Confindustria stanno realizzando una forte alleanza per un ulteriore giro di vite nella deregolazione del mercato del lavoro, non solo nella pubblica amministrazione ma anche nel settore privato. Tutto questo, con il concorso della riduzione delle protezioni sociali. Si stima che, il taglio allo Stato Sociale, fino al 2012, sia del 25% pari a 75 miliardi di Euro.Questo quadro di prospettiva, si aggiunge ad una situazione di caduta verticale del potere d’acquisto di salari e pensioni.

Comincerei dalle cause che non sono mai casuali e che hanno precise responsabilità, innanzitutto, politiche. 

I processi della politica, quelli economici e sociali degli ultimi tempi, sono il prodotto delle azioni dei gruppi dirigenti e di potere. Il tutto, sostenuto da un sistema mediatico e formativo d’opinione che va ben oltre quello di proprietà berlusconiana (o ad esso servile).

I riferimenti politici delle classi lavoratrici subordinate (si scopre che, queste ultime, ci sono ancora) o dei ceti medi produttivi, che non si distanziano troppo dai primi per condizione, non sono più gli stessi del passato. In nome di una presunta “modernità e abbandono delle ideologie”, in troppi, affermano che “siano tutti nella stessa barca”. L’ironia su una realtà che fa piangere, è fuori luogo e va evitata. Ora in ItaIia, c’è un governo che, con la scusa di colpire i “fannulloni” della Pubblica amministrazione, colpisce salari e servizi (due piccioni con una fava) e che stabilisce per decreto, che il salario può avere aumenti al massimo di un quarto dell’inflazione reale. C’è, oggi, una Confindustria che accentua la propria opera di privilegiare il profitto privato all’interesse del Paese, con una modalità di rapporti che comporta un costante impoverimento del lavoro, della sua retribuzione e del suo sistema di protezione sociale. 

E non c’è più lo schieramento delle forze di sinistra di qualche anno fa che andava dai Ds al Partito della Rifondazione. Schieramento il quale, certamente con divisioni, limiti, difetti ed errori, poteva garantire una sponda politica e Parlamentare ai lavoratori. Oggi c’è un Partito democratico senza una identità precisa anzi, un partito con promiscuità culturali e anche sociali molto contraddittorie, quando non contrapposte (altro che “unità tra riformisti”). Partito che non ha la vocazione di scelta netta della parte sociale da tutelare come invece ha fatto, in passato, la sinistra che ho richiamato prima. 

Questa, forse, è una delle ragioni per cui, nel Pd, si scatenano inevitabili insofferenze e difficoltà interne. Come si può ben vedere, anche dalle diversità di opinione nella ricerca delle future alleanze. Inutile riparlare della sorte toccata a chi sta alla sinistra del Pd, con le elezioni politiche del 13 aprile. Ma occorre reagire con forza, senza farci suggestionare da qualcuno che ci accusa di “operaismo conservatore”. Troppi timori di tal genere, hanno contribuito a portare la condizione operaia allo stato attuale di insopportabilità. Guai se si dà anche solo l’impressione di accettare supinamente la sconfitta preventiva. E’ ciò che si aspetta lo schieramento di centro destra e di grand parte delle imprese educate dalla Confindustria “moderna” di Emma Marcegallia.

Governo; Confindustria e, purtroppo, anche da una parte del Partito democratico, e di eccesso di timidezza di CISL e UIL, (da questi ultimi, sia presa come una provocazione per discutere) hanno già deciso che, i salari, non devono essere aumentati e per un periodo indefinito. Come? Se le retribuzioni possono essere aumentate unicamente condizionate dall’aumento della produttività, ora che siamo in periodo di stagnazione se non di arretramento, come e quando si potranno alzare i salari medi?

Ma è poi vero che, in Italia, la produttività è bassa? Se è così, è altrettanto vero che il costo del lavoro è bassissimo. Diversamente, cos’è che ha alzato i tassi di profitto d’impresa in questi ultimi anni? In ogni caso, non si può imputare al lavoro e al suo rendimento, il dislivello di produttività Italiana rispetto ai Paesi in competizione con l’Italia. 

Il lavoro dipendente italiano è soggetto a ritmi e ad orari di lavoro che, in larga parte sono la causa (o concausa) di infortunio sul lavoro. Le analisi che si fanno con serietà, suggeriscono che, la principale causa di insufficienti tassi di produttività Italiana, sta nella cultura industriale dell’impresa e sulle sue scelte insindacabili. Il sistema produttivo Italiano importa in innovazione tecnologica per poi investire in produzioni a basso valore aggiunto. La logica e conseguenze di questi investimenti è imputabile al capitale. (Andrebbe aperto un capitolo sullo sviluppo compatibile alla tutela ambientale; alla qualità dei prodotti e ai ritardi e abbandono dei necessari percorsi di ricerca e formativi.) Rinviamolo ad un successivo e più autorevole contributo di merito. Il lavoro sopperisce, con il salario basso, a queste lacune ma non potrà durare a lungo. 

Mi pare che siamo già al capolinea. Nonostante ciò, centro destra e Confindustria, rilanciano un nuovo attacco al lavoro e ai suoi diritti. Gli inviti al sindacato ad essere “collaborativo” e di non irrigidirsi in difesa dei lavoratori dipendenti, ha il sapore della presa in giro. Il sindacato deve fare il proprio dovere ma nella versione tradizionale. Cioè: difendere il lavoro con lo strumento della contrattazione e della lotta, ancorché necessaria quando incontra le resistenze del governo (di qualsiasi colore); delle imprese e della loro rappresentanza.

Oggi si pretende un sindacato complice e subordinato. Un esempio si può trovare dall’idea, secondo cui, gli incrementi salariali devono avere il solo parametro dell’incremento di produttività. Quale senso ha denunciare l’ovvietà delle responsabilità delle imprese sui limiti produttivi che si denunciano, per poi prendersela con il lavoro dipendente. Scaricando su di esso, tutto il peso della futura ripresa? 

E’ ovvio. Non tutte le imprese hanno questa cultura, arretrata e iniqua, prima evidenziata. 

Per fare emergere queste diversità, occorre indicare, come esempio da seguire, quelle che operano nel senso giusto. Quelle che investono in innovazione di prodotto e di processo; che non mettono a repentaglio la sicurezza dei lavoratori; che non evadono al fisco e ai contributi previdenziali e che riconoscono che, la centralità non è l’impresa ed il suo proprio profitto. La centralità, viceversa, è il valore della persona che lavora, in ogni senso e versante. 

E’ fuorviante il concetto secondo cui “i lavoratori e gli imprenditori, sono uguali”. E’ vero che ci sono interessi generali coincidenti. Ma è l’ambito di collocazione e gli strumenti ridistributivi che ne fanno categorie (il termine è brutto) distinte per convenienza sociale in conflitto. Il conflitto, sia chiaro una volta per tutte, non è l’obiettivo della parte avversa all’impresa. E’ il solo modo, di fronte al rifiuto di ascolto delle ragioni dei lavoratori, che ha il sindacato per ottenere soddisfazione: sufficiente o insufficiente che sia. Siamo ormai arrivati al nodo. Sul piano delle relazioni sociali e del confronto sulla cosiddetta “riforma dei contratti”, in autunno, si arriverà alla stretta. Al dunque. Che posizioni prenderanno i partiti del Centro democratico, tra cui il Pd, e la sinistra? I nodi verranno al pettine e non si può aspettare un attimo di più.

Questi sono i punti chiave centrali da affrontare: 

1-aumento del potere d’acquisto dei redditi medio-bassi anche attraverso la fiscalità;

2-il salario contrattuale va aumentato da subito e senza vincolo di incremento di produttività (lo abbiamo già detto che, il recente passato ha visto alti tassi di produttività e profitto, senza tradurne neppure una minima parte in salario); 

3-trovare un raccordo tra aumento dei prezzi e difesa del potere d’acquisto dei salari e pensioni. Viceversa, l’inflazione sarà pagata tutta dalle retribuzioni del lavoro dipendente. Confindustria ha già dichiarato che si opporrà al rapporto tra prezzi e salari, con la conseguenza dell’immenso sacrificio del mondo del lavoro.

4-lo sviluppo delle misure di tutela sociale e della sicurezza del lavoro con una quantità maggiore di risorse Statali e locali pubbliche. 

5-Essere in grado di compiere una scelta di rappresentanza sociale di parte (il lavoro) che corrisponde agli interessi generali del Paese. Insisto su questo concetto. E’ ormai incontestabile il dato della contemporaneità simmetrica, della caduta delle condizioni di vita dei lavoratori e pensionati con quella dell’economia. Rovesciando il termine, se ne deduce che, il miglioramento dei salari e delle pensioni, contribuisce al rilancio dei consumi e dell’economia. 

Sappiamo delle differenze che sussistono tra le forze che si oppongono, in parlamento e fuori, al governo di centro destra. Dovremo fare tutti un sforzo dialogante (qui il dialogo è indispensabile piuttosto che ricercarlo dove è impossibile) tra chi si propone la priorità assoluta, della “questione sociale”.

Germano Zanzi