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Intervento integrale al Consiglio Nazionale DS, 13 dicembre 2006
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  15/12/2006  15:58:22, in Politica, letto 1730 volte

Finalmente decidiamo di fare il congresso e chiederemo al vero “principe”, cioè le iscritte e gli iscritti ai DS, di decidere sulla proposta di partito democratico. Si interromperà così la spirale perversa degli annunci, dei fatti compiuti, delle fughe in avanti. Si è cercato di mettere tutti davanti al fatto compiuto. Ora finalmente ci sarà una sede per misurare e confrontare le diverse proposte.  È veramente curioso che il primo a dire a tutti noi che finalmente avremmo fatto il congresso nazionale DS a primavera, dopo tante false partenze, sia stato Rutelli nell’intervista del 26 novembre scorso. Oltre la decisiva questione della collocazione europea e internazionale, che per i DS non può che essere nel socialismo europeo, sono in ballo altre questioni sempre più rilevanti. Riassumendo brevemente.

La collocazione internazionale non è un optional. Fare parte del socialismo europeo è un approdo che non può essere rimesso in discussione. Le dichiarazioni di Rutelli sono  fin troppo chiare e ci dicono che il futuro partito democratico non entrerà nel PSE e questo è semplicemente inaccettabile. È inutile continuare a dire che il PSE è aperto ad accogliere nuovi arrivi. Chi dovrebbe entrare non vuole e noi non possiamo e non dobbiamo uscire dal PSE. Per questo la discussione ha toni incomprensibili, visto che l’affiliazione internazionale è un punto chiave.  

Laicità. È un punto in discussione. Prima  c’è stato l’attacco a Livia Turco sul decreto cannabis. Ora al Senato un gruppo di senatori cattolici conservatori, appartenenti alla Margherita, ha indotto il Governo a ritirare la proposta di considerare conviventi i superstiti  fiscalmente uguali ai coniugi superstiti, in nome di un vero e proprio pregiudizio ideologico.  

La formula proposta dal Governo nell’emendamento alla Finanziaria 2007 non innovava alcunché sotto il profilo giuridico.  Anzi usava la formula “convivente more uxorio” già contenuta nella legge 302 varata nel 1990 (16 anni fa). In questo modo il Governo, usando una formula già approvata, evitava l’inutile sgarbo ai conviventi di dover pagare le tasse sul primo milione di eredità, come per i coniugi. Agli effetti del diritto nulla cambiava, tutto restava come prima. Dopo il ritiro della proposta originaria del Governo la novità sarà  che il coniuge superstite convivente dovrà pagare l’8% sul milione come qualsiasi altro cittadino. Del suo rapporto affettivo non si tiene conto e questo è inaccettabile. Perché il Governo ha subìto il veto? Benissimo l’odg proposto in materia per il Senato, ma il ritiro dell’emendamento cosa c’entra? D’Alema ha parlato di una linea equilibrata, che però non deve accettare veti. In questo caso il veto dei cattolici conservatori ha realizzato il suo obiettivo e abbiamo sbagliato a subire questo ricatto. Eppure la laicità è un fondamento per un partito politico. Quanto è accaduto, due volte in pochi giorni, conferma che un eventuale partito democratico non ci garantisce affatto sulla  sua laicità.  Eppure la laicità dovrebbe essere un fondamento di ogni partito di sinistra e anche di un partito democratico.

Poi ci sono valori fondanti come il rapporto con il lavoro senza i quali un partito non è di sinistra. I fischi di Mirafiori ci debbono preoccupare e ci pongono un grande problema politico. Malgrado l’allarme lanciato tempo fa proprio da D’Alema sui pericoli del riformismo dall’alto, senza popolo siamo ricapitati proprio in questo pericolo. Siamo tornati esattamente allo stesso punto.

Se manifesta il popolo di centro destra contro il Governo è normale, e perfettamente democratico. Se il popolo di centro sinistra  che ci ha dato una maggioranza anche se ristretta, è confuso, non capisce, è preoccupato, non è colpa sua. Siamo noi che non ci facciamo capire e dobbiamo  tendere a correggere. Non il contrario. Se chi non capisce è la nostra gente per noi è un problema.

Perché questo è avvenuto?

La responsabilità è nostra. Gli operai di Mirafiori non sono impazziti, ci manifestano nelle forme possibili un disagio, una delusione, non hanno chiaro cosa succede. Perché se c’è un coro di critiche alla manovra, allora tutti si fanno l’idea che qualcosa non và, anche quelli che ne beneficeranno. La Finanziaria 2007 contiene alcune scelte robuste: lotta all’evasione e basta condoni anzitutto, inversione del prelievo fiscale a favore dei più deboli, cuneo fiscale per  aiutare la competitività delle imprese rigidamente ancorato al lavoro a tempo indeterminato e alla priorità del SUD, crediti d’imposta per innovazione e ricerca, misure specifiche che possono aiutare la ripresa economica e di contrasto al lavoro nero, lavoro per togliere incrostazioni corporative. Tutto questo garantendo il risanamento dei conti pubblici. 

Tuttavia, queste misure non sono arrivate con la forza necessaria agli interessati. Anche perché diluite dentro tante altre cose, più o meno importanti ma non decisive, che potevano far parte di provvedimenti successivi.

C’è stata anche qualche incertezza di troppo sulle misure. Tuttavia il nodo vero delle difficoltà è tutto politico. Il risultato elettorale ha segnato la sconfitta del centro destra e ci ha affidato la possibilità di governare, ma con margini parlamentari molto ridotti al Senato. L’obiettivo principale avrebbe dovuto essere, quindi, per evitare di tornare a votare puntare ad allargare il consenso sociale oltre il nostro popolo di centro sinistra. Consolidare il consenso e allargarlo, con l’idea di unire le forze sociali fondamentali su un progetto di svolta rispetto alle rotture verticali della società del 2001, derivanti dal patto tra Berlusconi e il Presidente di Confindustria dell’epoca, fondato sulle mani libere nelle decisioni. Quel patto è fallito. Confindustria ha oggi un diverso gruppo dirigente. Un nuovo patto sociale in questa fase e per un periodo di un paio di anni è utile sia per riunificate la società, sia per risolvere le contraddizioni possibili tra i 12 mesi di tempo della manovra finanziaria e i tempi reali di attuazione della manovra, che sono inevitabilmente più lunghi. Questa intesa  con le forze sociali fondamentali doveva esser cercata prima della finanziaria 2007, non dopo. Dopo è tutto più faticoso perché le misure sono già state adottate con la Finanziaria 2007.  

Per di più ogni soggetto sociale, sentendosi svincolato da accordi, ha incassato le misure positive  che lo riguardano ma poi ha sparato a zero sul resto, lasciando crescere nell’opinione pubblica l’impressione di una finanziaria figlia di nessuno, o peggio con tutti contro.

Siamo arrivati al punto che alcuni soggetti hanno nello stesso periodo di  tempo incassato le modifiche desiderate e poi hanno criticato la manovra alzo zero. Questo è stato possibile perché il Governo non ha scelto preventivamente attraverso un patto di chiedere a ciascuno di valutare con responsabilità i singoli aspetti, positivi e negativi, e di impegnarsi di conseguenza su un giudizio conclusivo. Solo i sindacati hanno tenuto un atteggiamento più responsabile, pur con qualche sfrangiamento. A questo preciso limite politico, dovuto ad una non precisa valutazione dei problemi da affrontare, si è aggiunto qualche difetto di sintonia con il popolo di centro sinistra e con il programma dell’Unione. Sulle pensioni, ad esempio, la partenza non è stata positiva, come del resto conferma la tendenza manifestatasi già a primavera dopo alcune dichiarazioni,  ad usare massicciamente la possibilità di andare in pensione di anzianità, nel timore di misure restrittive. Anche qui se c’è chi si è allarmato occorre interrogarsi sulle ragioni che hanno indotto questa preoccupazione. Qualche dichiarazione impropria, se non sbagliata ha creato già a primavera preoccupazioni. Anche ora non aiuta non solo insistere sulla  cosiddetta fase due, ma enfatizzare l’appuntamento sulle pensioni di gennaio senza chiarire che l’obiettivo non è fare tagli, ma semmai incentivare la permanenza volontaria al lavoro e costruire un futuro pensionistico solidale e degno di questo nome per l’impressionante area di precariato che rischia di avere in futuro pensioni di fame. Del resto se aumenta la quota di anziani nella società non si può pensare di ridurre strutturalmente la spesa pensionistica dai livelli attuali  perché  questo significherebbe semplicemente prevedere pensioni più basse. La riforma Dini,  è l’architrave del sistema attuale. Non ci sono più margini per tagli, anche perché il sistema pensionistico è, nell’insieme, in sostanziale equilibrio finanziario nel lungo periodo. Non sono convinto, quindi, della tesi sostenuta che c’è stato qualche errore di illustrazione dei provvedimenti. C’è stato un limite politico nel non capire che il rapporto di coesione con il popolo del centro sinistra è una condizione fondamentale ed è indispensabile per allargare i consensi. Per fare questo occorre proporre un’idea di unità e un metodo che non sono stati adottati, ed è stato un errore.  Purtroppo malgrado il pericolo di un governare slegato al popolo sia stato individuato da tempo, si è materializzato e il congresso dovremmo farlo proprio su come rafforzare la capacità di governare del centro sinistra, piuttosto che sull’astratta costruzione di un partito democratico, i cui tempi sono ininfluenti sul problema del governare qui ed ora e insieme rischia di essere un pericolo perché rischia di far venire meno in Italia, unico paese europeo, una forza di sinistra, socialista, laica, lavorista di cui c’è assoluto bisogno.