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Nucleare. Un altro referendum č possibile
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  26/05/2026  16:09:23, in Nucleare, letto 37 volte

Dopo due referendum abrogativi (1987 e 2011) che hanno bocciato il nucleare e dopo la debacle nel referendum sulla giustizia, il Governo ci riprova. Di nuovo proponendo il nucleare, spinto dalla disperazione per la manifesta incapacità di affrontare la crisi energetica. Sarebbe una scelta del tutto inadeguata e in violazione della Costituzione che, se praticata, porterebbe inevitabilmente a un nuovo referendum.



Giorgia Meloni al Senato ha reagito con violenza alla critiche, ritenendo, a torto, che toni altisonanti possano coprire la povertà dei risultati che il Governo può vantare. Per questo in vista della campagna elettorale, di fatto già iniziata, punta a rinserrare le file della destra al governo, sconvolte dalla vittoria del No nel referendum costituzionale. In questo pacchetto di iniziative c’è la legge elettorale concepita come un surrogato del premierato e un modo per cercare di non perdere le elezioni, ma con altri punti di rilievo, l’autonomia regionale differenziata per il momento sotto traccia ma che Calderoli è pronto a rilanciare fregandosene delle sentenze della Corte costituzionale e il ritorno al nucleare civile, in barba a ben due referendum abrogativi che hanno detto il contrario.

Lorenzo Bini Smaghi, della BCE, non un pericoloso ambientalista, in un’intervista ha detto: «Il green deal è stato rimesso in discussione perché troppo costoso per i cittadini. Oggi ci si accorge che dipendere troppo dal fossile è ancora più costoso. È sperabile che settori della società che hanno sponsorizzato la linea del Governo sul nucleare come Confindustria comprendano che è una linea insostenibile». Quella di Bini Smaghi è una valutazione che affonda l’attacco della destra al green deal da cui sono derivati passi indietro importanti. Prima ancora di una valutazione sulla utilità e sui rischi del nucleare da fissione per produrre energia elettrica la sua re-introduzione aggiungerebbe un altro tassello alla dipendenza dall’estero dell’Italia che è esattamente il risultato della dipendenza dall’estero per il petrolio e il gas.

Oggi ci si rende sempre più conto che la scelta di fondo sulle energie da fonti rinnovabili è indispensabile per contrastare il cambiamento climatico (che solo l’insostenibile posizione negazionista di Trump può ritenere non obbligata) e ancora di più è conveniente per i costi inferiori e perché renderebbe il nostro paese sempre meno dipendente dalle crisi internazionali. Con un’iniziativa adeguata potremmo fare passi avanti importanti. Ad esempio i dati di aprile 2026 dicono che le fonti rinnovabili hanno coperto il 61,4% della produzione di energia elettrica contro il 55,9 dell’anno precedente, senza alcuna politica organica di incentivazione perché troppo occupati a criticare il green deal. Una scelta di fondo sulle rinnovabili potrebbe consentirci di puntare sulla elettrificazione di consumi oggi ancora dipendenti da petrolio e gas.

La destra purtroppo ha una visione ideologica, forse sarebbe meglio dire un pregiudizio che non riesce a mettere in discussione di fronte all’evidenza e quindi si butta su posizioni revanchiste, perde di lucidità. Eppure l’amministratore delegato di A2A, importante impresa energetica, ha detto agli azionisti: «non riesco a immaginare il nucleare nel funzionamento dei nostri impianti che si debbono accendere e spegnere in un’ora in caso di necessità. Se un nuvolone bloccasse il fotovoltaico Terna interverrebbe e farebbe partire gli impianti termoelettrici in un’ora. Il nucleare invece richiede investimenti che per essere ripagati dovrebbero farlo funzionare per 8 mila ore/anno”. Sembra ripetersi il copione del referendum sulla magistratura. Giorgia Meloni ha fortemente voluto e poi ha perso il referendum costituzionale (per inciso la vittoria del NO darà ancora dispiaceri alla destra e gli sconvolgimenti per il Governo non sono ancora finiti).

Sul nucleare dopo due referendum abrogativi (1987 e 2011) in cui ha vinto il No con grande margine, ora il Governo di destra ci riprova. È in sostanza un tentativo di rivalsa verso i risultati referendari passati, dimenticando che la Corte costituzionale con sentenza 199/2012 (Tesauro) ha stabilito che le materie abrogate con referendum popolare non possono essere riproposte. Si può tornare sull’argomento solo cambiando la sostanza dell’oggetto per non contraddire il risultato del voto popolare. È chiaro che la proposta del Governo, che ha iniziato la discussione alla Camera in questi giorni, ripropone il nucleare da fissione, sia pure con centrali più piccole (non poi tanto visto che si parla di 300 MW e quella chiusa sul Garigliano ne aveva 160) ma la sostanza del funzionamento resta quella. Altro discorso sarebbe il nucleare da fusione che oggi non è ancora disponibile, su cui continua la sperimentazione ma su cui nessuno può dire quando sarà possibile costruire centrali di produzione. Quindi il nucleare di cui si parla è sostanzialmente quello abrogato con voto popolare, quindi secondo la sentenza della Corte è incostituzionale. Il Governo deve avere ricevuto consigli di prudenza da giuristi esperti perché insiste a dire che le (vecchie) centrali chiuse con le relative tecnologie saranno dismesse e cerca di dimostrare che si parla di centrali nuove, diverse. Peccato che non sia in grado di dimostrarlo come ha sottolineato il premio Nobel Giorgio Parisi nell’audizione alla Camera. È proprio ricordando le considerazioni di Parisi che la costituzionalista Maria Agostina Cabiddu, sempre in un’audizione alla Camera, ha dimostrato che se la materia resta la stessa abrogata la legge proposta dal Governo è incostituzionale.

Perché il Governo si è infilato in questo cul de sac? Perché la destra non è in grado di ammettere gli errori e tanto meno di cambiare di fronte all’evidenza. Può essere sconfitta, ma non può ammettere di avere sbagliato, come nel referendum sulla magistratura. Questa è ideologia, o almeno pregiudizio. Infatti recupera le velleità di Berlusconi/Scaiola del 2009, sconfitte nel referendum del 2011. Allora come oggi i referendum quando sconfessano il Governo provocano conseguenze negli equilibri politici. Non a caso Berlusconi sei mesi dopo il referendum del giugno 2011 gettò la spugna (novembre 2011) a favore di Mario Draghi, creando un altro falso mito della destra: il complotto. La presunzione di avere ottenuto il potere assoluto portò a errori marchiani il Governo Berlusconi, dal nucleare a un governo del bilancio pubblico che spinse lo spread troppo in alto per le finanze pubbliche italiane.

Anche oggi il referendum costituzionale ha aperto una crisi politica che non si vuole ammettere e il nucleare promette di aggiungere un’ulteriore motivo di difficoltà per il Governo Meloni. Nella campagna elettorale è stato raccontato dalla destra che il green deal era all’origine di tutte le malefatte della sinistra mentre il ritorno al nucleare era la panacea in materia energetica. Ma non è così perché la transizione ecologica è una via obbligata e più ci si attarda peggiori saranno gli sconvolgimenti climatici e i contraccolpi sull’economia e sul tenore di vita. Il problema è che il nucleare costa un patrimonio, non ha costi di produzione convenienti rispetto alle fonti rinnovabili che infatti costano molto meno ed entrano in funzione con rapidità e renderebbero l’Italia più autosufficiente. L’ineffabile Ministro Pichetto Fratin ha ammesso che prima del 2035 il nucleare non entrerebbe in funzione (ed è ottimista) e che un contributo significativo potrebbe arrivare solo  nel 2050.

Quindi di cosa stiamo parlando? La crisi energetica è adesso. Le risposte debbono essere immediate verso l’autosufficienza maggiore possibile. Quindi occorre investire nelle rinnovabili a tutto spiano per recuperare i ritardi che il Governo sta accumulando perché ha costruito un percorso di autorizzazioni tortuoso e ingestibile, soprattutto nell’eolico off shore. Pensiamo all’eolico off shore proposto al largo di Civitavecchia: potrebbe sostituire la centrale a carbone ed essere collocato fuori vista a 20-30 chilometri dalla costa; il progetto c’è da anni, il territorio è favorevole, gli investitori hanno presentato le proposte ma è tutto fermo. E non è l’unico caso… Le fonti rinnovabili non sono costanti? Vero, l’eolico ha bisogno del vento e il fotovoltaico del sole, ma ormai le rinnovabili in certe ore del giorno producono più di quanto si consuma. Quindi basta accumulare l’energia prodotta: per questo Terna ha preparato un importante piano di investimenti in accumuli e anche l’idroelettrico può essere usato per stabilizzare la rete. Unire i punti e il disegno compare, ma questo esercizio il Governo non lo fa e continua a trastullarsi con una proposta di legge sul ritorno al nucleare, per di più probabilmente incostituzionale.

Quella del Governo non è determinazione, è mandare a sbattere l’Italia, come è già accaduto con il gas Usa che costa molto di più. Il Governo dovrebbe preparare un piano di emergenza sull’energia che rimetta in moto tutti gli investimenti possibili: l’Unione europea ha chiarito che ci sono fondi a disposizione. Si potrebbe riprendere un progetto interrotto bruscamente sull’auto elettrica, che ora arriva dalla Cina anziché essere prodotta in Italia, mentre i nostri stabilimenti vengono messi in cassa integrazione, almeno per ora. Senza dimenticare che Enel aveva previsto di costruire lo stabilimento di Catania, il più grande d’Europa, per rientrare nella produzione dei pannelli da protagonista e sono tanti i settori delle rinnovabili in cui in Italia si possono ottenere risultati importanti e con potenzialità produttive di tutto rispetto. Gianola ha ricordato che la Svimez aveva già individuato da anni che nel Sud ci sono circa 60 siti che potrebbero utilizzare l’energia naturale della terra. Pensiamo all’ex Ilva: le pale eoliche richiedono acciaio e qualcuno deve pur produrlo; da tempo ci sono proposte per offrire all’ex Ilva risanata un nuovo spazio produttivo; ne ha parlato recentemente anche un’iniziativa di Lega ambiente, ma la risposta è un silenzio assordante. Un Governo serio dovrebbe mettere insieme tutte le idee e le potenzialità e favorire investimenti mirati come parte di un’unica politica energetica, ma l’ideologia del nemico da battere lo blocca e quindi lo ritroviamo a blaterare di nucleare, che se dovesse diventare legge troverebbe ovviamente una risposta adeguata da chi, a 40 anni dall’esplosione di Chernobyl, non ha dimenticato i difetti e i rischi del nucleare da fissione. Questo Governo ha azzerato il lavoro fin qui fatto per lo stoccaggio delle scorie radioattive e ora vorrebbe far costruire nuove centrali che produrrebbero nuove scorie che si sommerebbero a quelle che abbiamo sparso in Italia senza la necessaria sicurezza e in Europa, dove ne paghiamo salata la custodia. Dulcis in fundo: le piccole centrali da disseminare in Italia, qua e là, non hanno prototipi verificabili. Di cosa stiamo parlando? Non si sa. Il progetto di legge del Governo è un rovo intricato di deleghe pressoché in bianco. Il rischio è che il Governo approvi tutto e il suo contrario e la sicurezza per l’ambiente e per le persone vada a farsi benedire.

Anche le opposizioni debbono dimostrare di avere compreso la lezione del referendum costituzionale, se si vuole che i cittadini partecipino occorrono posizioni nette e chiare. C’è una continuità tra referendum costituzionale e battaglia contro il nucleare. È quella contro il revanchismo della destra che mossa da disperazione cerca di imporre la sua volontà. Dimostriamogli che sbaglia, con un corale no. Nessuno deve meravigliarsi se di fronte alla testardaggine del Governo si dovesse arrivare al terzo referendum abrogativo sul nucleare, con buona pace di Calenda. 

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