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C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo. C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo. C'è pure chi educa senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo, ma cercando di essere franco all'altro come a sè, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato.

Danilo Dolci
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Salari più alti, ecco la ricetta per rilanciare la produttività
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  21/05/2009  10:14:23, in Economia, letto 1510 volte

- Pubblicato pubblisul quotidiano Terra 20/5/09

LAVORO — I dati deLl’Ocse confermano che in Italia è necessario provvedere a una redistribuzione della ricchezza. —
Ancora un allarme sui salari italiani. L’OCSE ci informa che sono i più bassi nei 15 paesi della vecchia Europa, ma sono anche indietro rispetto agli Stati Uniti, alla Corea. In breve nell’ambito OCSE i salari italiani sono al ventiduesimo o al ventitreesimo posto a seconda che i consideri il salario lordo o quello netto e i ¾ del salario medio dei 15 paesi dell’Unione Europea che precedeva l’allargamento. La prima conclusione è che i salari italiani sono incredibilmente bassi rispetto al resto dell’Europa e dei paesi più sviluppati, in particolare sono più bassi se si paragona l’effettivo potere di acquisto. In altre parole sono più bassi a parità di condizioni. Viene quindi sconfessato in modo clamoroso che i salari italiani siano quelli che hanno indebolito la competitività italiana. Anzi i salari italiani, più bassi di quelli di altri 22 paesi dell’OCSE, si sono dimostrati una scelta che non ha migliorato affatto la competitività dell’Italia rispetto agli altri paesi avanzati, che sono appunto quelli considerati dall’OCSE. Nemmeno è vero che il problema sia il costo del lavoro, perché anche il paragone tra i salari lordi non migliora nel confronto internazionale. Anzi si conferma che i paesi di riferimento dell’Italia (Francia, Germania, ecc.) hanno tutti un carico di costo del lavoro superiore all’Italia. Confindustria ha nulla da dire ? Purtroppo questa differenza negativa è vera sia per i lavoratori italiani che non hanno carichi familiari che per chi ha una famiglia da mantenere. Ci sono 3 aspetti che però sfuggono a quelli che di fronte a queste notizie oggi si stupiscono. In genere lo fanno per poche ore, quelle strettamente necessarie prima di passare ad altra notizia. Primo aspetto. Sono infondati i presupposti su cui sono state fatte campagne impegnative, in particolare da parte del mondo imprenditoriale, per dimostrare che i salari italiani sono troppo alti e impedirebbero un’adeguata competitività e che il costo del lavoro italiano sarebbe troppo alto. Altrimenti come si spiega che Confindustria (in verità non da sola) ha lavorato per un accordo separato senza la CGIL pur di arrivare a programmare per il futuro esattamente la perdita degli effetti dei costi dell’energia sui salari dei lavoratori ? Dimenticando, o fingendo di dimenticare, che così i salari dei lavoratori non reitegreranno mai del tutto nemmeno il potere d’acquisto. Inoltre il famigerato costo del lavoro, che avrebbe pesato negativamente sulla competitività, si è rivelato essenzialmente l’alibi di un mondo imprenditoriale alla ricerca di contributi pubblici ad ogni costo. Purtroppo di questa pressante azione lobbistica è stato vittima anche il secondo Governo Prodi che nel 2006/2007 ha fiscalizzato una parte degli oneri sociali del lavoro italiano senza ottenere alcuna contropartita di aumento della competitività da parte delle imprese, né impegni per gli investimenti. Infatti la competitività italiana non ne ha beneficiato, gli investimenti neppure, i salari erano bassi prima e tali sono rimasti. Si potrebbe concludere che ogni aiuto al sistema delle imprese che non sia almeno condizionato a reali riforme nell’impresa e negli orizzonti del sistema economico non solo non serve ma finisce con l’ottenere risultati negativi e che per di più la ben nota ingratitudine imprenditoriale non paga neppure in termini di consenso politico. Secondo aspetto. Ci si interroga molto su come fare fronte alla crisi economica. Tralasciando discorsi più generali e restando all’argomento salari si può affermare forte e chiaro che una politica di bassi salari non solo non porta a migliorare la competitività ma anzi al contrario diventa un vero e proprio vincolo negativo e ora è certamente così. Perché l’Italia cresce meno di altri paesi ? Senza dubbio c’è una caduta di domanda interna che trascina con sé una caduta dei consumi e quindi peggiora ulteriormente le possibilità dell’economia nazionale che non ha una base sufficiente. Quindi la politica dei salari bassi si sta rivelando una trappola anche per chi l’ha praticata. E’ chiaro che se il PIL in questi anni è aumentato, anche se poco, e i salari non ne hanno beneficiato vuol dire che il beneficio della crescita è stato requisito da profitti e rendite. Va detto che chi ha proposto una politica di bassi salari non ha imparato nulla dall’impoverimento del mondo del lavoro e purtroppo insiste pervicacemente con passaggi come l’accordo separato che ha tagliato fuori la CGIL. La conclusione è che i salari bassi sono un vincolo negativo per le possibilità dell’Italia di uscire dalla crisi economica e che la borghesia che si è auto assegnata una parte crescente del reddito nazionale attraverso profitti e rendite e anche questo è un vincolo negativo per la ripresa economica. Terzo aspetto. Occorre porsi qui ed ora l’obiettivo di salari più alti. Destinare una parte crescente della ricchezza nazionale al lavoro e dare il necessario riconoscimento sociale (oltre che economico) al valore del lavoro sono l’unico modo per migliorare la produttività e la competitività dell’Italia. In altre parole è aperto un grande problema di diversa ripartizione del reddito nazionale e anche di nuovi rapporti di forza tra le classi sociali. Per questo è necessario porsi il problema di un’alternativa politica al Governo che rappresenta esattamente gli interessi di una borghesia che nella sua maggioranza è un vero e proprio vincolo negativo per il nostro paese. Alfiero Grandi
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