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Su una parete della nostra scuola c'è scritto in grande I CARE. E' il contrario esatto del motto fascista Me ne frego.

Don Lorenzo Milani
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Notizie contraddittorie sulla crisi
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  24/06/2010  11:56:34, in Economia, letto 1167 volte

- Pubblicato da Sinistra Democratica News il 28/06/10

Le previsioni sull’andamento della crisi economica sono più in crisi della crisi stessa.
Il Ministro Tremonti ha ammesso, spinto anche dalle valutazioni della Banca d’Italia, che la manovra finanziaria del Governo - ora all’esame del Senato - che taglia 25 miliardi di euro in 2 anni avrà come effetto un peggioramento del PIL di almeno lo 0,5 %. Questa ammissione vale come il preannuncio di una nuova manovra correttiva tra qualche mese. Tanto è vero che il Ministro ha giustificato questo effetto di peggioramento della congiuntura economica - già non buona - come il male minore perché altrimenti vi sarebbe per l’Italia - a suo dire - una prospettiva catastrofica, di tipo greco.
E’ vero che Tremonti è portato a esagerare e perfino a contraddirsi con grande facilità quando vuole ad ogni costo convincere/imporre il suo punto di vista agli interlocutori, in questo caso le Regioni.
Tuttavia si può convenire che una manovra correttiva dei conti pubblici di questa entità è attesa da almeno 6 mesi (decisa all’Ecofin dello scorso dicembre) e a questo punto è necessaria ma avrebbe dovuto essere del tutto diversa nel merito. Infatti il problema è che questa manovra è sbagliata nei contenuti perchè non bilancia gli effetti recessivi con una spinta alla ripresa economica e questo grave difetto c’è proprio perché è socialmente iniqua.
Tuttavia è curioso che mentre Tremonti dice la verità sulla situazione finanziaria dell’Italia e sugli effetti recessivi della sua manovra, sia pure strumentalmente per piegare la resistenza di quanti si oppongono alle sue scelte, l’Ufficio studi di Confindustria non trova di meglio che diffondere un infondato ottimismo parlando di ripresa economica, di crisi ormai alle spalle. Certo è curioso che questo Ufficio studi parli di crisi alle spalle pur ammettendo che tra posti di lavoro perduti e quelli che si prevede ancora di perdere siamo a meno 800.000 occupati. E’ sperabile che tutte le imprese in difficoltà facciano presente a Confindustria la realtà dei fatti. L’Italia è ferma e la manovra economica del Governo deprimerà quel pochissimo di ripresa che c’è. Quindi fermi siamo e fermi resteremo.
Del resto ci sono meno occupati, cioè persone che stanno vivendo nella migliore delle ipotesi con un salario tagliato a metà dalla cassa integrazione prima e dalla disoccupazione poi e che purtroppo presto o tardi non avranno più nulla. Se i precari sono stati i primi a perdere il già magro lavoro arriviamo rapidamente a 1 milione di persone che consuma meno, che vive peggio e quindi la ripresa non può che tardare ulteriormente perché la domanda interna non tira.
Naturalmente si sta parlando dei tradizionali parametri che costruiscono il PIl, perché se solo si andasse nella direzione di una revisione più volte auspicata, anche dalla commissione Attali, si avrebbe un risultato ancora peggiore, dovuto ad una crescente polarizzazione dei redditi (quelli alti non hanno crisi, anzi sono aumentati del 9%) e perfino all’impossibilità per una parte delle persone di mandare i figli ai nidi o alle materne, di curarsi, di partecipare alla crescita culturale, di mantenere la possibilità di andare in vacanza, ecc.
L’Ufficio studi di Confindustria non ha avuto fortuna, ha parlato quando Tremonti - per imporre alle Regioni riottose la sua manovra - ha tracciato un quadro apocalittico, smentendo così l’Ufficio studi.
Del resto la gravità della situazione economica e occupazionale è all’origine anche delle anomalie messe in evidenza dal caso Pomigliano.
La Fiat ha potuto esercitare un pesantissimo e inaccettabile ricatto sui diritti dei lavoratori, sulle leggi che li tutelano e sulla stessa carta Costituzionale, solo perché, come un redivivo Brenno, ha messo sull’altro piatto della bilancia il posto di lavoro.
O mangi questa minestra, o salti dalla finestra.
Eppure nel referendum, organizzato di fatto dalla Fiat, i lavoratori favorevoli sono stati la maggioranza ma non tutti, oltre un terzo non ci sta, e questo conferma che il futuro non sarà come la Fiat lo ha immaginato. Anche se chi si è fidato della Fiat e ha accettato il suo diktat insiste che questo deve essere rispettato, l’azienda capisce che non sarà facile farlo alle condizioni che ha ipotizzato. E’ troppo poco affermare ora che Fiat deve fare gli investimenti previsti. Certo che Fiat deve investire, ma deve anche rimuovere la parte inaccettabile dell’imposizione che ha fatto ai lavoratori. La ferita di principio non può passare in cavalleria. Ora occorre impedire che la parte sui diritti rimanga stracciata e che il caso Pomigliano diventi, come hanno preannunciato e auspicato i Ministri di questo Governo, il prototipo delle future relazioni sindacali in Italia.
Se fosse così la crisi continuerebbe. Basta ricordare Henri Ford che portò - all’epoca - la paga oraria degli operai delle sue fabbriche a 1 dollaro l’ora, non per beneficenza ma per consentire loro di acquistare parte delle automobili che producevano. Se i salari italiani saranno spinti sempre più verso i livelli dei paesi emergenti, sarà molto difficile che ci sia una ripresa dei consumi interni, tanto più che anche i tagli alla spesa pubblica non aiutano certo la ripresa della domanda.
La linea Fiat è operai con salari e condizioni di lavoro di livello cinese all’interno ed esportazioni, Quindi il futuro dell’Italia, se questo modello dovesse vincere, sarà inevitabilmente la crescita della forbice sociale. Senza demagogia si può ricordare che Marchionne si è aumentato lo stipendio pochi mesi fa, mentre ai lavoratori si cerca di negare diritti fondamentali e viene chiesto un impegno parossistico senza miglioramenti salariali ?
Così il modello sociale arretrerà paurosamente, ma anche la ripresa economica “non si sentirà molto bene”.
Il 25 giugno c’è stato lo sciopero generale della CGIL con manifestazioni in quasi tutta l’Italia. In alcune regioni si svolgerà il prossimo 2 luglio.
La scelta della CGIL è certamente non facile. Lo sciopero generale di una sola organizzazione è certamente più debole, ma guai se non ci fosse. Chi rappresenterebbe un punto di riferimento alternativo agli occhi dei lavoratori ? Chi risponderebbe alla tracotanza con cui il Ministro Sacconi afferma che spera che questo sia l’ultimo sciopero della fase precedente ? Qualcuno dovrà pur smentirlo.
Forse c’è stata qualche sottovalutazione dell’importanza di questa scelta della CGIL. Paradossalmente è il Governo ad averne capito il significato e infatti il suo attacco alla CGIL è stato pesante e non basterà un’iniziativa come questa a sconfiggere una linea sbagliata come quella del Governo. Questa iniziativa è necessaria ma non sufficiente. Quindi tutto il mondo variegato, politico e sociale, di quello che è stato il centro sinistra deve oggi trovare forme e modi per aiutare la CGIL a reggere questa prova, nell’interesse della democrazia italiana e della qualità della nostra società.

Le previsioni sull’andamento della crisi economica sono più in crisi della crisi stessa. Il Ministro Tremonti ha ammesso, spinto anche dalle valutazioni della Banca d’Italia, che la manovra finanziaria del Governo - ora all’esame del Senato - che taglia 25 miliardi di euro in 2 anni avrà come effetto un peggioramento del PIL di almeno lo 0,5 %. Questa ammissione vale come il preannuncio di una nuova manovra correttiva tra qualche mese. Tanto è vero che il Ministro ha giustificato questo effetto di peggioramento della congiuntura economica - già non buona - come il male minore perché altrimenti vi sarebbe per l’Italia - a suo dire - una prospettiva catastrofica, di tipo greco. E’ vero che Tremonti è portato a esagerare e perfino a contraddirsi con grande facilità quando vuole ad ogni costo convincere/imporre il suo punto di vista agli interlocutori, in questo caso le Regioni. Tuttavia si può convenire che una manovra correttiva dei conti pubblici di questa entità è attesa da almeno 6 mesi (decisa all’Ecofin dello scorso dicembre) e a questo punto è necessaria ma avrebbe dovuto essere del tutto diversa nel merito. Infatti il problema è che questa manovra è sbagliata nei contenuti perchè non bilancia gli effetti recessivi con una spinta alla ripresa economica e questo grave difetto c’è proprio perché è socialmente iniqua. Tuttavia è curioso che mentre Tremonti dice la verità sulla situazione finanziaria dell’Italia e sugli effetti recessivi della sua manovra, sia pure strumentalmente per piegare la resistenza di quanti si oppongono alle sue scelte, l’Ufficio studi di Confindustria non trova di meglio che diffondere un infondato ottimismo parlando di ripresa economica, di crisi ormai alle spalle. Certo è curioso che questo Ufficio studi parli di crisi alle spalle pur ammettendo che tra posti di lavoro perduti e quelli che si prevede ancora di perdere siamo a meno 800.000 occupati. E’ sperabile che tutte le imprese in difficoltà facciano presente a Confindustria la realtà dei fatti. L’Italia è ferma e la manovra economica del Governo deprimerà quel pochissimo di ripresa che c’è. Quindi fermi siamo e fermi resteremo. Del resto ci sono meno occupati, cioè persone che stanno vivendo nella migliore delle ipotesi con un salario tagliato a metà dalla cassa integrazione prima e dalla disoccupazione poi e che purtroppo presto o tardi non avranno più nulla. Se i precari sono stati i primi a perdere il già magro lavoro arriviamo rapidamente a 1 milione di persone che consuma meno, che vive peggio e quindi la ripresa non può che tardare ulteriormente perché la domanda interna non tira. Naturalmente si sta parlando dei tradizionali parametri che costruiscono il PIl, perché se solo si andasse nella direzione di una revisione più volte auspicata, anche dalla commissione Attali, si avrebbe un risultato ancora peggiore, dovuto ad una crescente polarizzazione dei redditi (quelli alti non hanno crisi, anzi sono aumentati del 9%) e perfino all’impossibilità per una parte delle persone di mandare i figli ai nidi o alle materne, di curarsi, di partecipare alla crescita culturale, di mantenere la possibilità di andare in vacanza, ecc. L’Ufficio studi di Confindustria non ha avuto fortuna, ha parlato quando Tremonti - per imporre alle Regioni riottose la sua manovra - ha tracciato un quadro apocalittico, smentendo così l’Ufficio studi. Del resto la gravità della situazione economica e occupazionale è all’origine anche delle anomalie messe in evidenza dal caso Pomigliano. La Fiat ha potuto esercitare un pesantissimo e inaccettabile ricatto sui diritti dei lavoratori, sulle leggi che li tutelano e sulla stessa carta Costituzionale, solo perché, come un redivivo Brenno, ha messo sull’altro piatto della bilancia il posto di lavoro. O mangi questa minestra, o salti dalla finestra. Eppure nel referendum, organizzato di fatto dalla Fiat, i lavoratori favorevoli sono stati la maggioranza ma non tutti, oltre un terzo non ci sta, e questo conferma che il futuro non sarà come la Fiat lo ha immaginato. Anche se chi si è fidato della Fiat e ha accettato il suo diktat insiste che questo deve essere rispettato, l’azienda capisce che non sarà facile farlo alle condizioni che ha ipotizzato. E’ troppo poco affermare ora che Fiat deve fare gli investimenti previsti. Certo che Fiat deve investire, ma deve anche rimuovere la parte inaccettabile dell’imposizione che ha fatto ai lavoratori. La ferita di principio non può passare in cavalleria. Ora occorre impedire che la parte sui diritti rimanga stracciata e che il caso Pomigliano diventi, come hanno preannunciato e auspicato i Ministri di questo Governo, il prototipo delle future relazioni sindacali in Italia. Se fosse così la crisi continuerebbe. Basta ricordare Henri Ford che portò - all’epoca - la paga oraria degli operai delle sue fabbriche a 1 dollaro l’ora, non per beneficenza ma per consentire loro di acquistare parte delle automobili che producevano. Se i salari italiani saranno spinti sempre più verso i livelli dei paesi emergenti, sarà molto difficile che ci sia una ripresa dei consumi interni, tanto più che anche i tagli alla spesa pubblica non aiutano certo la ripresa della domanda. La linea Fiat è operai con salari e condizioni di lavoro di livello cinese all’interno ed esportazioni, Quindi il futuro dell’Italia, se questo modello dovesse vincere, sarà inevitabilmente la crescita della forbice sociale. Senza demagogia si può ricordare che Marchionne si è aumentato lo stipendio pochi mesi fa, mentre ai lavoratori si cerca di negare diritti fondamentali e viene chiesto un impegno parossistico senza miglioramenti salariali ? Così il modello sociale arretrerà paurosamente, ma anche la ripresa economica “non si sentirà molto bene”. Il 25 giugno c’è stato lo sciopero generale della CGIL con manifestazioni in quasi tutta l’Italia. In alcune regioni si svolgerà il prossimo 2 luglio. La scelta della CGIL è certamente non facile. Lo sciopero generale di una sola organizzazione è certamente più debole, ma guai se non ci fosse. Chi rappresenterebbe un punto di riferimento alternativo agli occhi dei lavoratori ? Chi risponderebbe alla tracotanza con cui il Ministro Sacconi afferma che spera che questo sia l’ultimo sciopero della fase precedente ? Qualcuno dovrà pur smentirlo. Forse c’è stata qualche sottovalutazione dell’importanza di questa scelta della CGIL. Paradossalmente è il Governo ad averne capito il significato e infatti il suo attacco alla CGIL è stato pesante e non basterà un’iniziativa come questa a sconfiggere una linea sbagliata come quella del Governo. Questa iniziativa è necessaria ma non sufficiente. Quindi tutto il mondo variegato, politico e sociale, di quello che è stato il centro sinistra deve oggi trovare forme e modi per aiutare la CGIL a reggere questa prova, nell’interesse della democrazia italiana e della qualità della nostra società.

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