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L'inizio del 2012
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  17/01/2012  08:58:29, in Politica, letto 1058 volte

- Pubblicato da l'Altro quotidiano e da Paneacqua 

E’ inutile negarlo: la distanza tra i titoli italiani a 10 anni e quelli tedeschi non scende, malgrado la credibilità del Governo Monti sia ben diversa da quello Berlusconi. E’ migliore il risultato dei titoli pubblici italiani a breve termine. Le difficoltà sono sul futuro. Il debito italiano è a scadenza medio-lunga e questo è stato finora un punto di forza, ma ora espone all’umore dei mercati. Forse una diversa gestione delle scadenze dei titoli pubblici potrebbe limitare i danni. Ma questa è tattica. Il problema di fondo è la differenza di credibilità a medio termine delle politiche e delle economie nazionali.
Lo spread è come un’altalena. Per alcuni gli interessi sono troppo alti. Per altri sono molto bassi perché diventano il rifugio dei capitali che fuggono. Gli Usa per decenni hanno fatto coesistere un’economia in difficoltà e una bilancia commerciale passiva con una bilancia finanziaria in attivo perché attraevano i capitali dall’estero. Perfino la Cina è grande detentrice (un quarto) di titoli del debito pubblico statunitense.
Oggi la Germania beneficia di una situazione simile e colloca i suoi titoli del debito pubblico a condizioni invidiabili.
La manovra di dicembre del Governo Monti per rimettere in sesto i conti pubblici italiani non basta per mettere in sicurezza il nostro paese.
Occorre evitare salti logici. Una manovra per mettere in ordine i conti pubblici era necessaria per tornare ad avere un ruolo in Europa ed allontanare lo spettro del default. Ma i contenuti della manovra adottata dal Governo Monti non sono affatto gli unici possibili. Anche la giustificazione che questa ce l’ha chiesta l’Europa non regge granchè visto che lo stesso Monti ha detto che probabilmente qualcuno dall’Italia ha suggerito all’Unione di richiederla. Potevano esserci misure diverse. Un’altra manovra poteva maggiormente garantire tutta l’equità che la manovra adottata purtroppo non è riuscita a dare. Ora c’è un tentativo di dare per scontato quanto è stato già deciso, ma non sarà così facile, perché sono centinaia di migliaia i lavoratori intrappolati nella terra di nessuno tra lavoro e pensione e almeno su questo punto sarebbero necessarie altre correzioni. Così sarebbe un errore dare per scontata la decisione di aumentare di 2 punti l’Iva sulle aliquote del 10 % e del 21 % dal prossimo ottobre. Sono già forti le tensioni inflazionistiche, spinte dall’aumento dai prodotti petroliferi e non basterà a frenarle la liberalizzazione della loro vendita.
Da troppo tempo i Governi rinunciano a controllare seriamente la formazione dei prezzi, a costo di adottare misure restrittive. Non bastano le varie Autorità e i loro controlli. Il Governo in nome dell’interesse collettivo potrebbe benissimo richiedere l’avvio delle procedure di infrazione di fronte alle Autorità. Il Governo ha deciso per parte sua aumenti delle imposte che amplificano gli effetti delle speculazioni sul mercato dei prodotti petroliferi.
L’inflazione è un problema oppure no ? L’inflazione è un problema serio e non può diventare lo strumento indiretto per fare tornare i conti. Anzitutto perché i redditi, soprattutto quelli più bassi, sono già sotto pressione, ad esempio per il blocco dei contratti pubblici e della rivalutazione delle pensioni sopra i 1400 euro lordi, per la riduzione dell’occupazione, per la perdita di reddito dovuta alla cassa integrazione e alla disoccupazione. Lo spread si combatte anche con il contenimento dell’inflazione. La scelta contraria significa usare l’inflazione per fare tornare i conti pubblici ma con il risultato di peggiorare seriamente le condizioni di vita di milioni di persone. L’inflazione è la tassa più iniqua e ingiusta.
Per questo l’aumento dell’Iva dal 1° ottobre andrebbe evitato con tutti i mezzi possibili. Per questo tornano utili la lotta all’evasione, l’adozione di una vera e propria patrimoniale, l’unificazione del prelievo fiscale con le stesse regole su tutti i redditi qualunque sia la loro provenienza, a partire dalle rendite di qualunque tipo.
Non è più tempo di trattamenti di favore.
Tuttavia, la questione centrale resta come riconquistare fiducia sul futuro dell’Italia, anche per abbassare lo spread, per dare prospettive al nostro paese, il cui futuro occupazionale Confindustria per prima ha descritto in modo allarmante.
Per questo obiettivo è certo necessario il lavoro che sta facendo Monti in Europa per cercare di ottenere una politica europea per uscire dalla crisi e insieme è necessaria un’iniziativa politica italiana con al centro il problema dell’occupazione.
Perché ora che si aprono spazi concreti ia livello europeo non si sviluppa un’iniziativa in parlamento per l’adozione in tempi brevi della Tobin tax come primo passo per mettere sotto controllo i movimenti speculativi di capitali ?
Adottare la Tobin tax come hanno fatto altri paesi è possibile, basta volerlo, altro è la sua effettiva entrata in vigore che può essere legata alla decisione di un numero congruo di paesi europei, senza cadere nella trappola dell’unanimità.
Anche l’immissione di liquidità nel sistema bancario da parte della Bce, in assenza di politiche di sviluppo, è destinata ad avere scarsi effetti sia sul versante del finanziamento delle imprese che su quello del debito pubblico.
Perché tutte le sinistre non prendono un’iniziativa comune per porre il problema di un’Europa che metta al centro gli interventi per lo sviluppo e dell’occupazione ? Potrebbe contribuire a rimettere in moto un’iniziativa analoga a livello europeo.
Questo per confermare che sarebbe il momento di riprendere l’iniziativa politica per ribaltare un’attenzione troppo concentrata sui conti anziché sullo sviluppo. Non è il momento per i partiti di Centrosinistra di restare in panchina.
Del resto anche in Italia, preso atto della fase straordinaria, il modo migliore per dare un contributo non è restare in attesa delle elezioni, presto o tardi che siano.
Occorre mettere al centro lo sviluppo senza il quale lo spread continuerà ad agire come un nodo scorsoio sull’Italia. Per questo occorre mettere l’accento su interventi pubblici, pochi e ben mirati, per rimettere in moto l’economia. Disperdere gli interventi servirebbe solo a disperdere le poche risorse. Ad esempio, in materia di energia occorre puntare sulle fonti rinnovabili e sul risparmio e in questa direzione concentrare le risorse per aiutare a costruire settori produttivi, competenze, ecc. Esattamente come ha fatto la Germania in questi anni.
La cantieristica è in crisi ma potrebbe anche essere la base di una conversione energetica verso l’eolico off-shore. Non serve pensare a come tornare a prima della crisi. Occorre pensare a come cambiare, dopo la crisi, il modello di sviluppo in modo da renderlo più forte perché rispettoso dell’ambiente e socialmente più equo. Non il contrario. In altre parole la politica di sviluppo non è dare più risorse senza finalità alle imprese, risanare le banche senza introdurre nuove regole. E’ invece decidere una qualità diversa dello sviluppo e della vita. Per impostare un compito così arduo c’è bisogno di più iniziativa politica. Per questo il Centrosinistra dovrebbe evitare di farsi distruggere dal peso di questa fase politica strordinaria.
La foto di Vasto andrebbe rafforzata, semmai aggiungendo altri soggetti, non strappata. Per questo c’è da chiedersi se proprio ora non si debba costruire un programma comune, che attraverso una sorta di patto di consultazione permanente tra le forze del Centrosinistra, siano o no sostenitrici del Governo, gestisca questa complicata fase politica e prepari da subito il futuro appuntamento elettorale.
C’è chi anche nel Centrosinistra si identifica con questo Governo. Come sempre c’è chi è più realista del re, ma il Centrosinistra deve cercare di reagire all’emergenzialismo, alla straordinarietà recuperando errori e limiti che lo hanno portato alle difficoltà attuali. Questo potrebbe dare al Governo Monti un maggiore apporto nelle forme giuste.
Ad esempio, perché mai il Centro sinistra dovrebbe oggi accettare di regredire dalla concertazione come perno delle relazioni sindacali, in alternativa alla rottura settaria che ha caratterizzato la politica del Governo di centro destra ? La concertazione fu l’apporto migliore del Governo Ciampi, che non a caso recuperò nel 1993 la precedente rottura del 1992 .
L’accordo realizzato da Ciampi riuscì a tenere insieme, pur con limiti, difesa dei redditi, occupazione, sviluppo, risanamento finanziario. Di questo c’è più che mai bisogno oggi.
Alfiero Grandi
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