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C’è bisogno di sinistra ma la sinistra sembra non sapere che questa richiesta c’è. L’alternativa è strategica
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  17/04/2018  10:17:01, in Politica, letto 2453 volte

Il risultato elettorale del 4 marzo è pessimo per la sinistra, inutile girarci attorno. Da qui a concludere che per la sinistra non c’è futuro ce ne corre. C’è chi parla di dissolvimento, considerato ormai inevitabile. Posizione non tanto diversa da chi sostiene che destra e sinistra sarebbero ormai superate. Non è così. Se la sinistra attuale non riesce ad essere un’alternativa politica credibile alla destra non vuol dire che questa differenza sia scomparsa nell’economia, nella società, nell’etica. Quindi il problema riguarda anzitutto la qualità (inadeguata) della rappresentanza politica. Partire da una ricognizione per stabilire quali siano i confini della vera sinistra oggi non porterebbe lontano. Meglio partire dalla costruzione di un progetto per la sinistra aperto a chi è disponibile a contribuire.

Le ragioni dell’esistenza della sinistra sono più che mai valide di fronte al dualismo crescente dei redditi, della ricchezza, delle diversità abissali nella realizzazione delle persone, nella distribuzione sempre più divaricata del potere. Nel nostro paese e nel mondo. La realtà richiede sinistra. Altrimenti le persone cercano risposte altrove e i voti si spostano verso altre soluzioni considerate, a torto o a ragione, più credibili. Inoltre la sinistra politica non è composta solo da chi si dichiara tale ma anche da soggettività diverse.

Una situazione insopportabile, opprimente, escludente per troppi

C’è voglia di rompere con la realtà presente, di tentare vie nuove, perfino impensabili fino a qualche tempo fa, perché la situazione è sempre più insopportabile, opprimente ed escludente per tanti, troppi. È una situazione in cui la sinistra dovrebbe trovarsi a suo agio, perché tutto si può dire tranne che siamo in una situazione pacificata. La difficoltà è nell’incapacità di costruire una rappresentanza politica della sinistra, che tendenzialmente dovrebbe essere unitaria. Qualche problema c’è anche per l’ampio associazionismo sociale che la sinistra ha contribuito a costruire.

Inoltre la sinistra è di fronte ad una sfida mondiale, come dimostra da ultimo il voto in Ungheria che ha fatto vincere una linea populista di destra. È il frutto avvelenato di una globalizzazione senza freni e regole, che ha prodotto per reazione dei mostri politici. Anzitutto la sinistra deve fare i conti con l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti. La discussione si svolge al loro interno. Oggi non basta più sapere che persone e  gruppi sono sensibili a grandi questioni sociali e di diritti. Gli obiettivi vanno praticati, con scelte di massa e con le persone, le scelte vanno perseguite con coerenza fino in fondo, senza trastullarsi con l’interrogativo: si vince o si perde?

La discussione politica deve uscire dalla subalternità all’esistente e deve concentrarsi sul cambiamento della società e dell’economia. L’alternativa è strategica e deve riguardare più che mai i problemi delle classi subalterne e sfruttate, insieme ad obiettivi di cambiamento del modello di sviluppo come ambiente, energia, salute, istruzione, ecc.

Le scelte sbagliate e subalterne dei governi Renzi e Gentiloni

In sostanza non basta criticare quanto fanno gli altri. Certo, il governo Renzi e quello Gentiloni vanno criticati perché hanno fatto scelte sbagliate e subalterne, ma alle persone la critica agli errori altrui non basta. Vanno messe in campo proposte alternative credibili e portate avanti con determinazione. Solo così la caratterizzazione sarà visibile e comprensibile. Le alternative non possono essere tra subire l’egemonia della globalizzazione senza regole o abbozzare sotto la spinta dell’austerità imposta dall’Europa. Aggiungere commentatori politici ai giornalisti serve a poco in una situazione di scarsa credibilità. Altrimenti come si spiega che milioni di voti sono transitati direttamente dal Pd al M5Stelle, senza fermarsi su altri soggetti di sinistra?

Eppure il No ha vinto il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Una delle poche occasioni in cui l’alternativa è risultata evidente e ha vinto. Il No è partito da  una netta inferiorità arrivando alla vittoria. Vittoria dovuta alla sinistra schierata per far vincere il No. Alla vittoria del No ovviamente hanno contribuito anche altri come il M5Stelle, ma senza il contributo della sinistra che ha dato piena legittimità al voto No, consentendo a chi non era d’accordo con la manomissione della Costituzione di votare senza il timore di fare il gioco di altri.

Le vittorie, vedi referendum, vanno gestite e rivendicate, oppure se le intestano altri

Malgrado questo, dopo il referendum, a sinistra si è passati alle solite pratiche, quasi fosse stata una parentesi e non una straordinaria occasione. Questo è un errore, le vittorie vanno gestite e rivendicate, altrimenti altri se le intestano. È già accaduto dopo i referendum del 2011 per l’acqua pubblica e contro il nucleare. Il centrodestra aveva ottenuto grazie al porcellum una larga maggioranza, sembrava poter fare tutto, perfino calpestare il risultato del referendum del 1987 sul nucleare. Malgrado questo è stato sconfitto. Questo va ricordato ai fans del maggioritario. Ad esempio, dobbiamo alla vittoria contro il nucleare del 2011 se oggi l’Italia grazie a rinnovabili e risparmio energetico ha una buona posizione in campo energetico nel mondo. Questi due referendum furono largamente subiti dalla sinistra, che solo al momento del voto scelse di schierarsi per l’abrogazione delle leggi, ma non afferrò le potenzialità politiche dei risultati. Il M5stelle nelle elezioni del 2008 era ancora attorno al 5%, solo dopo i referendum del 2011 al 25% nel 2013. L’incapacità della sinistra di scegliere con nettezza il fronte referendario prima nel voto poi l’incertezza nel rivendicare e gestire quel risultato come un patrimonio da valorizzare ha creato un vuoto politico che il M5stelle ha largamente riempito. I due milioni di attivisti di cui si è parlato nel 2011 e molti milioni di elettori sono rimasti senza un riferimento a sinistra e lo hanno trovato in parte nei 5stelle. Questo abbandono di un risultato straordinario ha reso possibile che gli eredi divenissero altri. Nessuna analisi del patrimonio di energie, di capacità di mobilitazione organizzata che si era via via costruito, nessun tentativo di costituirsi come punto di riferimento di una grande battaglia di mobilitazione democratica. Il problema era, ed è, stare dentro alle scelte da protagonisti e trarne le conseguenze fino in fondo con coerenza.

La sinistra  quando avrebbe potuto rivedere il porcellum nel 2006/2008 non l’ha fatto, troppo ghiotto il piatto della nomina dei parlamentari dall’alto, da parte dei capi partito. Non ci si è resi conto che questa gabbia avrebbe prodotto mostri, rompendo il rapporto di fiducia tra eletto ed elettore, contribuendo al discredito del ruolo del parlamento, che dovrebbe essere, al contrario, l’asse centrale dell’assetto istituzionale previsto dalla nostra Costituzione.

Obiettivi di fondo sui quali ricostruire il rapporto con i lavoratori

Naturalmente determinanti sono le questioni sociali, le condizioni reali di vita delle persone, soprattutto di quelle che sono sempre più ai margini, non trovano un lavoro o subiscono condizioni di lavoro che mettono a rischio la vita stessa. Contrastare Renzi sul dileggio del sindacato, sul collateralismo ai grandi imprenditori come Marchionne è il minimo, ma non basta, occorre individuare obiettivi di fondo,  ricostruendo su questi dei rapporti di fiducia con settori fondamentali di lavoratori. Non dimentichiamo che il M5Stelle ha guadagnato molti voti anche solo dimostrando attenzione ai drammi del lavoro, lasciati troppo incustoditi dalla sinistra. Questa è la conferma che la sinistra per riprendersi ha bisogno di una sua piattaforma distintiva che non sia di critica e di mera propaganda ma indicando interventi attivi per cambiare la reale condizione delle persone. Avere sottovalutato problemi come la garanzia della sopravvivenza delle persone o il valore di un reddito da lavoro sotto il quale la legge non deve consentire di scendere, o ancora il ruolo unificante del sistema previdenziale pubblico e del diritto alla salute, dei contratti nazionali di lavoro, sono punti decisivi di un’alternativa che rifiuta la precarietà e la compressione del lavoro in nome della qualità e del futuro.  Oggi più che mai il trentiniano qui ed ora è valido. Non ci sono più orizzonti lontani in nome dei quali sacrificare l’immediato, oggi la posizione deve essere credibile nella situazione reale, facendo sentire lavoratori, giovani, disoccupati, pensionati, parte decisiva della propria iniziativa, costruendo nuovi orizzonti legislativi in grado di aiutare la ricostruzione dell’unità e della forza del mondo del lavoro, della società. La legge può essere decisiva in questo percorso e qui di nuovo torniamo al bisogno di sinistra, ma la sinistra talora sembra non sapere che questa richiesta c’è.

Alfiero Grandi

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