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Dopo il Sì nel referendum sul taglio dei parlamentari, scenari politici inquietanti
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  30/09/2020  17:57:00, in Politica, letto 93 volte
(articolo di Alfiero Grandi su www.jobsnews del 30/09/20)

Siamo ancora in tempo a batterci per la democrazia costituzionale e parlamentare

Il punto più dolente della campagna per il No è stato di non essere riuscito a contrapporre alla campagna populista scagliata contro il parlamento una posizione contraria altrettanto forte, capace di smuovere un immaginario di massa sulla base della convinzione che questo parlamento può e deve essere spinto ad impegnarsi per fare uscire l’Italia dalla crisi causata dalla pandemia, malgrado un sistema di elezione sbagliato e una qualità inadeguata della sua composizione. Il futuro parlamento, ridotto di numero e meno rappresentativo avrà difficoltà ancora maggiori a svolgere questo ruolo, oggi decisivo per il futuro del nostro paese. La lontananza da un impegno nel referendum di settori sociali fondamentali come il mondo dei lavori e della sua rappresentanza sindacale ha certamente indebolito la credibilità di un impegno per spingere il parlamento alla consapevolezza della necessità che svolga fino in fondo il suo ruolo. Il No ha pagato lo scotto di questo stare a guardare. Purtroppo questa disattenzione del mondo dei lavori e dei sindacati rischia di essere pagata pesantemente proprio da questo stesso mondo, che è rimasto ad assistere senza entrare in campo, tranne apprezzabili eccezioni, e oggi ha meno spazio di intervento di prima.

Il risultato del referendum è netto: 70% per il Sì, 30% per il No. Certo, se si pensa al punto di partenza (la previsione di un 90 a 10) e alle tante iniziative per condizionare il risultato (election day, campagna elettorale accorciata, ecc.) il risultato finale non è affatto disprezzabile. Anzi, è la conferma che la campagna del No ha costretto il Sì a impegnarsi, perché il risultato non era più così scontato, a differenza dell’inizio. La democrazia ci guadagna quando il confronto politico tra le posizioni obbliga tutti ad impegnarsi e porta ad un aumento dei partecipanti al voto, in particolare se si tratta di Costituzione. Purtroppo, l’accorpamento di più elezioni nelle stesse giornate ha nascosto largamente il valore di una scelta che ha modificato in modo non marginale la Costituzione e la maggiore partecipazione al voto è stata condizionata da questa scelta di mascheramento, la differenza tra regioni è evidente. Anche l’articolazione dei risultati del No tra centri urbani grandi e piccoli, tra aree socialmente diverse e tra aree del Nord e del Sud ha un significato politico e sociale rilevante, anche se non è arrivato ad invertire il risultato finale.

Il risultato del referendum porterà tra qualche tempo (difficile dire quando con precisione) gli elettori a votare per eleggere 400 deputati e 200 senatori. Se il parlamento non sostituirà rapidamente la legge elettorale fatta approvare da Calderoli per conto della Lega nel maggio 2019, già in vigore, approvandone una nuova che la sostituisca, i contraccolpi negativi del taglio del parlamento si faranno sentire pesantemente. Certo, per arrivare alla nuova legge elettorale sono in programma altre modifiche della Costituzione, definite quando le sinistre hanno capovolto la loro posizione precedentemente contraria. Ad esempio, occorre decidere se il Senato così rimpicciolito continuerà ad essere eletto su base regionale. Questo sancirebbe di fatto un sistema elettorale ipermaggioritario, con soglie del 25-30% nelle regioni più piccole, qualunque sia la soglia di accesso formalmente prevista dalla futura legge elettorale.

Occorrono correttivi non solo sulla suddivisione del territorio ma bisogna anche prevedere un collegio unico nazionale per avvicinarsi almeno un poco al proporzionale. Così andrebbe ridefinito il collegio per eleggere il Presidente della Repubblica per evitare uno squilibrio tra il ridotto numero dei parlamentari e i delegati delle regioni che restano nello stesso numero di prima. Questo per ricordare che la nuova legge elettorale può essere definita effettivamente solo quando tutte le modifiche della Costituzione saranno state approvate, altrimenti non potrà che attuare la Costituzione come è stata modificata dal taglio del parlamento. La legge elettorale deve ridare il diritto agli elettori di scegliere direttamente il parlamentare in cui ripongono fiducia e deve evitare soglie di sbarramento tali da tagliare fuori tutte le forze minori.

È auspicabile che il percorso che deve portare ad approvare tutti gli strumenti inizi rapidamente, con chiarezza, altrimenti si rischia di tornare a votare con la legge voluta dalla Lega e accettata dal M5Stelle. mentre finora abbiamo visto solo propaganda e poco altro, quindi la maggioranza è attesa al varco del rispetto degli impegni presi. È un modo per ridurre i danni del taglio del parlamento. Danni che sono pesanti. Il colpo portato dal referendum al ruolo del parlamento è forte. Non a caso Grillo ha subito rilanciato una posizione che prevede il superamento della democrazia rappresentativa, quindi del parlamento, o per lo meno un suo pesante ridimensionamento. Quando ho ricordato analoghe frasi di Casaleggio, venivano fatte spallucce, ora lo dice il fondatore e garante del Movimento 5 Stelle e nessuno potrà negare che il tema torni di attualità politica, ben oltre il referendum. In gioco c’era e c’è la questione della democrazia rappresentativa: il parlamento ne è l’asse fondamentale, anche se oggi largamente inibito a svolgere il suo ruolo per l’accentramento dei poteri nel governo e nel suo ambito nel presidente del Consiglio, i quali trattano direttamente con i presidenti delle Regioni, a torto chiamati governatori, che in un quadro politico debilitato e incerto hanno cercato in ogni modo di accrescere i loro poteri e il loro ruolo.

Altro arriverà se riusciranno a mettere di nuovo al centro delle scelte il regionalismo differenziato che renderebbe ancora più esangue il ruolo del parlamento. Solo il parlamento può resistere a questa deriva e ritrovare il coraggio della propria funzione, mettendo all’ordine del giorno diritti fondamentali per tutti i cittadini come quello alla salute. La salute oggi è un diritto esigibile in modo diverso da regione a regione, di fronte al ritorno delle preoccupazioni della pandemia la questione è di grande urgenza. Per questo occorre ridisegnare un sistema sanitario nazionale con diritti uguali ed esigibili per tutti. Nelle prossime settimane governo e parlamento dovranno definire come usare le risorse europee per sostenere la ripresa economica e sociale. Un impegno epocale. È un impegno che non avrà prove d’appello e riguarda direttamente il futuro del nostro paese e in particolare le aree sociali più colpite: chi cerca lavoro, i giovani in cerca di futuro, l’ambiente sempre più stressato e ingovernabile per troppe scelte sbagliate, ecc.

Non è il momento di rinunciare ad una presenza attiva e protagonista anche del 30% dell’elettorato che al referendum ha votato No con l’obiettivo di riaffermare il ruolo centrale del parlamento. Il parlamento è il luogo del confronto tra opinioni, tra territori, tra realtà sociali con l’obiettivo di costruire una composizione avanzata delle posizioni in campo. Questo vuol dire premere sul parlamento che deve essere spinto a ritrovare almeno in parte la consapevolezza del suo ruolo e quindi spingerlo a rivendicare il ruolo di rappresentanza generale che gli spetta. Difficile? Certo. La vittoria del No avrebbe creato condizioni migliori, ma ora non ci si può attardare, il terreno di impegno è diverso perché le scelte incombono e occorre costruire soluzioni positive, incrociando il bisogno di stabilità, che il voto per le Regioni ha lasciato intravvedere con ancora maggiore forza.

La situazione non è affatto più stabile con la vittoria del Sì, come del resto avevamo detto con forza, anzi. Il governo e il parlamento debbono compiere scelte importanti e le prime avvisaglie dicono che le contraddizioni e i rischi sono tutti in campo, perfino quello di una crisi imprevista non è affatto scomparso definitivamente.

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