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Sintesi conclusioni convegno Cdc 23/4/24 sala Capitolare Senato, Rom
.:: Alfiero Grandi Pubblicato in data:  23/04/2024  16:08:17, in Politica, letto 514 volte

8 anni fa da un’assemblea come questa partì la costituzione dei Comitati per il No contro la deforma costituzionale di Renzi e contro l’Italicum. Il prof Alessandro Pace era il Presidente del Coordinamento. Oggi è purtroppo molto malato. Da qui gli inviamo un abbraccio affettuoso e lo coinvolgiamo idealmente sia nella costituzione dei comitati per il No alla modifica costituzionale per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio che per il No all’autonomia regionale differenziata di Calderoli.

Pace ci ha insegnato che le modifiche alla Costituzione debbono essere puntuali, limitate, non possono stravolgerla, cambiarne i principi fondamentali. Non solo perché ci sono materie non modificabili, come il rifiuto del fascismo, che era e resta un reato, come la Repubblica che con troppa faciloneria Giorgia Meloni vuole cambiare in un’altra, indefinita“terza repubblica”.

La Costituzione repubblicana del 1948 è antifascista e democratica - fondata su divisione e autonomia dei poteri dello stato e sul loro reciproco controllo - è parlamentare, perchè basata sul ruolo fondamentale della rappresentanza eletta dalle elettrici e dagli elettori.

Dobbiamo riconoscere che negli ultimi decenni con troppa faciloneria la Costituzione è diventata la vittima incolpevole delle difficoltà politiche che hanno spinto a modifiche a volte improvvide, come il nuovo titolo V del 2001. Basta pensare agli articoli 116 e 117,  sui quali abbiamo presentato una Lip che ha raccolto 106.000 firme, un vero alibi per Calderoli. Per fortuna altre iniziative di modifica della Costituzione si sono arenate senza danni.

E’ il momento di una scelta di fondo. La Costituzione può essere migliorata, in modo mirato ma fondamentalmente va attuata e difesa da attacchi come quello dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio che prefigura una trasformazione della nostra democrazia parlamentare in capo-crazia. In una capocrazia tutto dipende dal capo, il governo diventa staff, il parlamento è privo di autonomia, diventa guardia del pretorio del premier, altrimenti va a casa, il Presidente della Repubblica vede ridotti drasticamente i poteri di guida e di rappresentanza dell’unità della nazione, che nei momenti difficili sono stati decisivi per risolvere crisi politiche che potevano diventare di sistema.

Serve a poco l’emendamento di Italia Viva (accolto) che ha elevato a 6 le votazioni prima che la maggioranza possa procedere ad eleggersi da sola il successore di Mattarella (La Russa ?) grazie al vincolo maggioritario in Costituzione per la legge elettorale, assicurandosi così anche un terzo della Corte costituzionale, la Presidenza del Csm e del Consiglio per la difesa.

La destra punta all’occupazione del potere, con la bulimia di chi si è sentito escluso, del resto lo sta già facendo grazie alla legge elettorale incostituzionale in vigore che ha regalato al 44 % dei voti, ottenuti nel settembre 2022, il 59% dei parlamentari sconvolgendo le soglie di garanzia introdotte dai costituenti, che avevano in mente il proporzionale e non potevano immaginare che l’abbandono del proporzionale avrebbe tranciato buona parte delle garanzie previste.

E’ incomprensibile che ci siano aree che stanno brigando, anche nell’opposizione, per giustificare con qualche modifica irrilevante l’appoggio alla proposta Meloni-Casellati per farle raggiungere i due terzi di approvazione impedendo così il referendum costituzionale, che appare come il vero avversario.

Chiediamo a tutti di consentire ad elettrici ed elettori di pronunciarsi con il voto e di consentire una campagna elettorale referendaria sulle modifiche alla Costituzione che vogliono sovvertire la Costituzione del 1948, perché Giorgia Meloni e la destra che l’appoggia vogliono uscire dal cono di luce di una Costituzione antifascista che ritengono troppo influenzata dalla lotta di liberazione.

Giorgia Meloni cerca una nuova legittimazione per uscire dai vincoli e dal perimetro della Costituzione del 1948 e vede nell’elezione diretta del Presidente del Consiglio la svolta possibile, rispondendo così anche ad un antico riflesso pavloviano della destra. La Costituzione è lo spartiacque fondamentale e la riscoperta dei suoi contenuti e dei suoi principi è oggi la scelta di fondo.

L’esito non è scontato, Meloni la pone in modo suadente: volete che decidano i partiti o volete decidere voi, tace che lei è il capo del partito oggi con più parlamentari, ed è anche capo del suo partito europeo e per di più Presidente del Consiglio, la verità è che propone di tagliare fuori gli altri partiti. Senza trascurare che propone un’elezione diretta mentre ne taglia 600, 400 deputati e 200 senatori, che chiediamo vengano invece scelti direttamente dagli elettori e non più nominati dai capi dei partiti che hanno trasformato la rappresentanza in un sistema medioevale, tagliando di netto il rapporto diretto con gli elettori.

Anche la scelta diretta degli eletti da parte degli elettori deve entrare nella campagna referendaria per superare la crisi democratica che porta ad un aumento pericoloso delle astensioni. Per di più Meloni ha stretto un patto di potere con la Lega che la obbliga a mandare avanti l’autonomia regionale differenziata, con il risultato che approvata la legge inizierà la devoluzione di poteri partendo da quelli che non hanno Lep (8 materie e 184 funzioni) portando in dote alle regioni forti personale e risorse mentre per le altre non sono previste azioni di riequilibrio finanziario (per gli asili nido infatti è costato molto). Alcune regioni forti avranno più risorse e altre rimarranno a bocca asciutta. Svimez ha cifrato in almeno 80 miliardi le risorse necessarie per il riequilibrio. Quindi avremo il contrario della solidarietà, del riconoscimento degli stessi diritti a tutti i cittadini, in qualunque parte del paese vivano, mentre la Repubblica (art 3) deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli all’effettiva uguaglianza dei diritti.

Dobbiamo mettere in campo iniziative per impedire che entri in funzione la legge Calderoli se la destra riuscirà ad approvarla. Chiediamo alla via Maestra, che abbiamo contribuito a promuovere e si riunirà il 3 maggio, di proporre alle regioni disponibili di fare ricorso immediato alla Corte costituzionale per bloccare la devoluzione dei poteri su cui sta scaldando i motori Zaia. Anche l’Emilia potrebbe così liberarsi dall’errore compiuto di accodarsi a Lombardia e Veneto.

Pur consapevoli che la furbata del governo di agganciare l’A.D. alla legge di bilancio rende meno certa l’ammissibilità del quesito referendario per abrogare la legge Calderoli, riteniamo di avere buoni argomenti per svelare la strumentalità del governo e l’insidia per l’unità nazionale dell’attuazione della legge, quindi proponiamo alla Via Maestra di decidere, quando ci saranno le basi giuridiche, di promuovere un referendum abrogativo, avviando la raccolta delle firme necessarie.

Per il premierato al momento non sappiamo quando sarà possibile fare il referendum ma tra 2025 e 2026 dovrebbe essere possibile e ci auguriamo verrà pomosso da almeno il 20% dei parlamentari, anche questo richiederà un lavoro unitario di tutta la Via Maestra.

Siamo consapevoli che sarà un confronto duro, difficile, dall’esito incerto, ma non siamo disponibili a consentire lo sfascio della Costituzione del 1948 e l’avvio sulla strada che Viesti ha riassunto nella secessione dei ricchi: delle regioni, della società e dell’economia, creando così nuove barriere, diversità, altre divaricazioni.

Solo in un’Italia unitaria possiamo risolvere le diversità, in modo da proiettare tutta la nazione in una prospettiva europea

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